LA STRADA DELL’UOMO VERSO L’IMMORTALITA’

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LA STRADA DELL'UOMO VERSO L'IMMORTALITA'
LA STRADA DELL'UOMO VERSO L'IMMORTALITA'

Quanto può durare il corpo umano senza malattie, infortuni o altro?

Spesso leggiamo storie di uomini e donne che avrebbero 120 anni (la maggioranza nelle prime 50 posizioni è nettamente femminile), o di Mbah Gotho che vive sull’isola di Java in Indonesia e avrebbe 146 anni.

Una ricerca scientifica, pubblicata su Nature Communications, ha cercato di capire la durata di vita massima possibile per un corpo umano, ovvero la quantità di tempo dopo la quale anche un corpo perfetto, ovvero ipoteticamente senza malattie né altre condizioni particolari di logoramento a parte la vecchiaia stessa, muore: a quanto pare anche in un mondo del futuro senza malattie potremo arrivare a vivere al massimo a 150 anni circa.

Per raggiungere questa consapevolezza gli scienziati hanno sviluppato un nuovo modo di leggere le fluttuazioni nel numero di diversi tipi di cellule presenti nel nostro sangue, ottenendo una misura che hanno chiamato “indicatore di stato dinamico dell’organismo” (DOSI).

Questo indicatore ha evidenziato che il corpo umano si deteriora nel tempo e la resilienza del nostro corpo diminuisce gradualmente, uno dei motivi per cui ci vuole più tempo per riprendersi da malattie e infortuni via via che passano gli anni.

Il punto critico è tra i 120 e i 150 anni, corrispondente a una completa perdita di resilienza”, secondo i ricercatori che hanno analizzato le cellule del sangue su oltre mezzo milione di persone, estratte dai database di ricerca nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Russia, e combinato i dati con un conteggio dei passi effettuato su 4.532 individui, per misurare il tasso di declino della forma fisica dei corpi delle persone.

Un altro dato importante i due “picchi” nelle traiettorie di invecchiamento, intorno ai 35 e ai 65 anni. Numeri interessanti, perché coincidono con le età (grosso modo) in cui i campioni si ritirano dallo sport di alto livello e a cui le persone normali lasciano il lavoro, quantomeno full-time.

Contemporaneamente l’OMS, secondo studi scientifici della Biogerontology Research Foundation e dell’International Longevity Alliance che ha portato all’implementazione di un codice di estensione per “Ageing-Related” (XT9T), porta avanti la tesi del riconoscimento dell’invecchiamento come una malattia.

“Con la recente accelerazione dell’ampia scienza della Juvenescenza, è stato ora definitivamente dimostrato che l’invecchiamento è di per sé una malattia unitaria e dovrebbe essere così categorizzato. Aggiungo assolutamente la mia voce a coloro che chiedono che l’OMS classifichi l’invecchiamento tramite ICD 11 come una malattia”, ha dichiarato Jim Mellon, amministratore della Biogerontology Research Foundation.



“Classificare l’invecchiamento come malattia è uno dei maggiori ostacoli normativi che la moderna biogerontologia deve affrontare, e ciò probabilmente consentirà modelli di business completamente nuovi per il trattamento dell’invecchiamento, abbiamo in programma di continuare a sostenere l’OMS, i governi e la comunità biomedica per trattare l’invecchiamento biologico come una malattia, una condizione soggetta a prevenzione e trattamento, e di pubblicare la nostra ampia revisione che dimostra che l’invecchiamento può essere trattato come una malattia”, ha dichiarato Daria Khaltourina, autrice principale della proposta.

Per evitare l’invecchiamento, la tecnologia mira a replicare digitalmente il cervello umano, con i suoi 86 miliardi di neuroni e 100mila miliardi di sinapsi. Un obiettivo ancora incredibilmente distante dall’essere raggiunto – al momento si è riusciti a replicare digitalmente i 302 neuroni del cervello di un tipo di verme – ma che una volta conquistato potrebbe permettere di uploadare il cervello di ciascuno di noi all’interno di un computer e consentirci così di vivere per sempre sotto forma di avatar digitale.

Ma tra sogni digitali e truffe analogiche si trovano anche scienziati seri. È il caso di David Sinclair, 52enne australiano responsabile del laboratorio di genetica di Harvard e autore di numerosi studi sul tema dell’invecchiamento pubblicati su Nature e Science.




Siamo quindi lontani anni luce dal Circo Barnum di cui sopra: eppure anche Sinclair, come si legge su Popular Mechanics, “è convinto che riusciremo a risolvere l’invecchiamento” e che “non ci sia un limite massimo alla durata della vita umana”.

Stando a Sinclair, l’invecchiamento è un problema di perdita di informazioni, causato dal modo in cui il DNA viene letto e implementato dalle cellule. Al centro dei suoi studi c’è infatti l’epigenoma, da lui definito “un flessibile interprete del DNA che accende e spegne i geni sulla base delle condizioni ambientali”.

Col passare del tempo, il nostro DNA subisce però danni da raggi ultravioletti, ormoni dello stress, raggi X e da molteplici altri fattori. Da un certo punto di vista, invecchiare è come un CD che col passare degli anni si riempie di graffi. “Il genoma è la musica, il lettore è l’epigenoma e i graffi sono ciò che impedisce al lettore di leggere la musica come un tempo”, spiega Sinclair. “Penso che l’invecchiamento impedisca alle cellule di leggere correttamente i geni”.

Ma siamo ancora agli inizi, e soprattutto molti scienziati sono scettici verso l’idea di Sinclair di puntare tutto sull’epigenoma.

Il rimedio più promettente è probabilmente la metformina, un farmaco che sembra davvero in grado di rallentare l’invecchiamento negli animali e di ridurre le malattie neurodegenerative e il cancro negli esseri umani. Il problema è che non è semplice prescriverla e studiarne gli effetti a lungo termine tramite apposite ricerche.

E questo, principalmente, perché il fatto che l’invecchiamento non sia considerato una malattia limita e ostacola la ricerca medica del settore. Un altro problema è che non ci sono test affidabili per determinare l’età cellulare di un corpo (che è diversa da quella anagrafica), il che rende più complesso comprendere se un dato trattamento sta funzionando.