Il Coraggio della Libertà – Rudolf Steiner

Oggi ci troviamo di fronte a realtà assolutamente diverse da quelle di cinque o sei anni fa – i tempi hanno subito un rapido sviluppo. Oggi dobbiamo affrontare tutt’altre cose che non cinque o sei anni fa.

IL CORAGGIO DELLA LIBERTÀ

Rudolf Steiner

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Gentili ascoltatori! Dall’appello consegnato a ognuno di voi avrete potuto capire in che modo ho intenzione di trattare il tema di oggi. Si tratterà di affrontare da un punto di vista più ampio del solito quella che al giorno d’oggi viene chiamata socializzazione e che risuona come un possente appello di portata mondiale da un lato e generalmente umano dall’altro. E non certo per una mia preferenza rispetto a questo tema, ma perché la grande, potente sfida del nostro tempo può essere capita nel modo giusto solo affrontando con la maggiore apertura e spregiudicatezza possibili ciò di cui si tratta. Se cinque o sei anni fa avessi parlato ad un’assemblea di lavoratori nello stesso modo in cui intendo parlare a voi oggi, le condizioni per una reciproca comprensione fra l’oratore e i suoi ascoltatori sarebbero state completamente diverse da oggi.

È così, solo che ciò non viene ancora capito come si deve dalla maggior parte della gente. Vedete, cinque o sei anni fa un’assemblea come questa mi avrebbe ascoltato, in base alle sue opinioni sociali sarebbe stata in grado di giudicare se l’una o l’altra cosa espressa dall’oratore differiva in un modo o nell’altro dalle sue assodate convinzioni, e se costui avesse fatto anche solo una affermazione poco conforme ai loro punti di vista l’avrebbe rifiutata. Oggi occorre concentrarsi su qualcosa di completamente diverso, perché questi cinque o sei anni sono passati sull’umanità portando in sé degli avvenimenti decisivi e incisivi, e oggi è proprio necessario che la fiducia in qualcuno che vuole dire qualcosa sulla questione sociale non s’instauri solo se costui vuole le stesse identiche cose che vogliamo noi, ma se dimostra di possedere una sincera sensibilità e un’onesta volontà di soddisfare le giuste aspirazioni del nostro tempo, quelle che si esprimono nel movimento proletario in costante crescita.

Oggi ci troviamo di fronte a realtà assolutamente diverse da quelle di cinque o sei anni fa – i tempi hanno subito un rapido sviluppo. Oggi dobbiamo affrontare tutt’altre cose che non cinque o sei anni fa. A questo scopo vi dirò per cominciare quanto segue. Vedete, stimati e astuti pensatori socialisti hanno affermato poco prima dell’arrivo della rivoluzione d’autunno in Germania all’incirca quanto segue: quando questa guerra sarà finita, il governo tedesco dovrà trattare i partiti socialisti in maniera del tutto diversa da prima. Allora sì che li dovrà ascoltare, allora sì che dovrà consultarsi con loro. – Bene, non voglio proseguire. Come già detto, questo dicevano stimati capi socialisti. Che cosa dimostra? Dimostra che ancora poco prima del novembre del 1918 questi stimati capi socialisti hanno pensato che dopo la guerra avrebbero avuto a che fare con la presenza di un governo simile a quello di vecchio stampo, solo che esso avrebbe tenuto conto anche di queste personalità socialiste. Come sono cambiate rapidamente le cose, com’è sopravvenuto velocemente qualcosa che neppure i capi socialisti si sarebbero immaginati!

Quel tipo di governo che credevano sarebbe ancora rimasto lì è scomparso nel nulla. Ma è proprio questo, vedete, che fa la grande, enorme differenza, e che vi pone oggi di fronte a delle realtà completamente diverse. Oggi siete in grado di non cercare più “che si prenda in considerazione anche voi”, bensì di contribuire a quel rinnovamento dell’ordine sociale che deve aver luogo. Vi si presenta una sfida del tutto positiva: quella di saper ragionare su ciò che va fatto, su come possiamo procedere in modo sensato verso la guarigione dell’organismo sociale. D’ora in poi bisogna parlare una lingua del tutto diversa da prima. Si tratta soprattutto di voltare indietro lo sguardo e ricordarci di che cos’è che ci ha condotti in questa terribile situazione d’oggi; capire che cosa va migliorato, cosa deve cambiare. Anche a questo riguardo un paio di cose preliminari.

Non vi voglio affliggere troppo con osservazioni apparentemente personali, ma, cari ascoltatori, chi non è un teorico o uno scienziato avulso dalla vita, ma ha, come nel caso mio, un’esperienza di vita ultratrentennale in cui si è fatto un’opinione su ciò che è necessario per l’evoluzione del sociale, le cose che ha da dire in generale diventano un tutt’uno col vissuto personale. Non ho intenzione, come dicevo, di annoiarvi con considerazioni personali, ma forse mi è concesso far notare che nella primavera del 1914 sono stato costretto, personalmente costretto, di fronte a una ristretta cerchia di persone a Vienna (all’epoca, un’assemblea più grande, per i motivi che sto per esporvi, mi avrebbe probabilmente deriso) a riassumere le convinzioni che mi ero formato sulla mia stessa pelle riguardo alla questione sociale, al movimento sociale. Allora, facendo il bilancio di decenni di esperienza, di decenni di studio della vita sociale del cosiddetto mondo civile di oggi, ho dovuto dire le seguenti parole: «Le tendenze attualmente dominanti nella cultura diventeranno sempre più inarrestabili e finiranno per annientarsi da sole.

Chi osserva la vita sociale nella sua realtà spirituale vede come ovunque nascano i germi per la formazione di ulcerazioni sociali. È il grande assillo per la cultura che sorge in chi penetra i misteri dell’esistenza. È qualcosa di terribile, che riempie di ansia a tal segno che anche se si potesse rinunciare a tutto l’entusiasmo che proviene da quella conoscenza della vita che può dare solo un’indagine scientifica dello spirituale, dovrebbe indurre a parlare dei possibili rimedi, quasi urlando al mondo. Se l’organismo sociale continuerà a svilupparsi come ha fatto finora, sorgeranno danni per la civiltà, che in questo organismo corrisponderanno alle formazioni cancerose nell’organismo fisico.» – Ora, uno che ha detto queste cose nel 1914 è stato considerato dalle cosiddette persone intelligenti un pazzo visionario. Che cos’hanno detto infatti quelle persone così assennate, quelle a cui, come classe dirigente, venivano affidate le sorti dell’umanità, che cosa hanno detto su ciò che stava per accadere al mondo? Bisogna oggi esaminare con sguardo critico il modo in cui erano fatte le teste di questa gente che deteneva il comando, altrimenti si continuerà ad obiettare che non c’è bisogno di fare dei discorsi così seri come quello che vogliamo fare oggi. Che cos’hanno detto a quel tempo le cosiddette persone al potere?

Bene, ascoltiamo per esempio l’allora ministro degli esteri, corresponsabile della politica estera della Germania. In una seduta decisiva del Reichstag tedesco, davanti a parecchie centinaia di signori non meno illuminati di lui in fatto di politica, ha saputo dire quanto segue su ciò che stava per accadere, ha detto: La distensione sta facendo in Europa graditi progressi su tutta la linea. I rapporti con il governo di Pietroburgo migliorano di giorno in giorno. Questo governo non ascolta le dichiarazioni della masnada della stampa e noi continueremo a coltivare i nostri rapporti di buon vicinato con Pietroburgo come abbiamo fatto finora. Con l’Inghilterra siamo in trattative, non ancora concluse, ma che son già progredite fino al punto da farci sperare di allacciare a breve con questo Paese le relazioni più eccellenti che ci possiamo augurare. – Questa distensione generale ha fatto progressi così vistosi, questi rapporti con Pietroburgo sono stati avviati così bene dal governo, questi negoziati con l’Inghilterra hanno dato frutti tali per cui poco dopo è giunto il tempo in cui, in Europa sono stati uccisi a dir poco dieci o dodici milioni di persone, e tre volte tante sono state mutilate. Ora forse vi posso chiedere: che informazioni avevano questo signore e quelli a cui apparteneva per classe su ciò che accadeva nel mondo? Quanto era in grado la loro mente di capire di cosa c’era bisogno per l’immediato futuro?

Non erano in realtà colpiti da cecità? E non si aggiungeva a ciò anche quella terribile, quell’ignobile presunzione che definiva visionario chiunque facesse notare che si era andato formando un cancro sociale in grado di scoppiare da un momento all’altro in un modo terribile? Domande come queste devono essere poste oggi. E devono venir poste per il fatto che molte persone ancora oggi, nonostante i fatti parlino ad alta voce, sono ancora cieche come quelle di prima per quanto riguarda ciò che ora è agli inizi della sua evoluzione: il semisecolare movimento sociale nella forma che ha assunto a partire dall’autunno del 1918. E oggi si dovrebbe far sì che ci siano uomini – uomini di questo tipo devono oggi esserci nella grande massa della popolazione operaia –, che ci siano uomini nella cui testa è chiara la coscienza di ciò che deve effettivamente accadere. Gentili ascoltatori, chi nel corso degli ultimi decenni ha imparato non solo a riflettere sul proletariato, come i tanti che oggi parlano di socialismo, ma è stato condotto dal destino a pensare e a sentire in sintonia col proletariato, deve oggi riflettere sulla questione sociale in modo molto più serio, in modo molto più ampio di quanto pensino in molti. Deve vedere che cos’è diventato oggi questo movimento, come si è evoluto negli ultimi cinque, sei, sette decenni, da quando il possente appello di Karl Marx ha attraversato il mondo; deve prendere coscienza della necessità che il movimento sociale, i programmi sociali, escano dallo stadio della critica e sfocino sul terreno dell’agire, sul terreno in cui è dato di sapere che cosa deve succedere per ricostruire l’ordine sociale umano, la cui necessità oggi deve essere avvertita da chiunque viva con l’anima desta.

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Gli operai hanno percepito in tre ambiti elementari della vita che cosa serve loro veramente, che cosa deve cambiare nella loro posizione rispetto al mondo, rispetto alla società umana ecc. Ma le condizioni degli ultimi secoli, particolarmente del diciannovesimo secolo e più ancora degli inizi del ventesimo, queste condizioni hanno fatto sì che, benché l’operaio sentisse fortemente col cuore, più o meno inconsciamente, istintivamente, che le vie verso il suo ideale futuro sono tre, l’attenzione si sia invece concentrata su un obiettivo unico. Il moderno ordinamento sociale borghese ha in un certo senso spostato tutto sul piano dell’economia. All’operaio moderno non era concesso, non era possibile ricavare dalla sua condizione di lavoro un’opinione del tutto libera e consapevole su ciò che è realmente necessario. Poteva, dato che la tecnica moderna, cioè il capitalismo moderno, l’ha aggiogato al mero ordinamento economico, dato che la borghesia ha spostato tutto sul piano dell’economia, poteva solo credere che la caduta, il crollo del vecchio, e l’auspicata e necessaria ricostruzione potessero solo aver luogo in campo economico; nel campo dove vedeva che tre cose dominavano tutto: il capitale, la manodopera umana e la merce. E oggi, quando risuona il più che mai giustificato appello alla socializzazione, si ha in mente, pur tenendo conto anche degli altri settori della vita, l’ordine economico.

Lo sguardo è, oserei dire, come ipnotizzato e fisso solo sulla vita economica, soltanto su ciò che viene inteso con i termini capitale, manodopera e merce, condizioni di vita e prestazioni materiali. Ma nel profondo del cuore il proletario sente, anche se nella testa non ce l’ha ancora del tutto chiaro, qualcosa che gli dice che la questione sociale è triarticolata, che questa moderna questione sociale che lo fa soffrire e alla quale egli si vuol dedicare, per la quale vuole combattere, è una questione culturale, una questione giuridicostatale ed una questione economica. Per questo permettetemi oggi di trattare questa questione sociale, questo movimento sociale, come una questione spirituale, una questione giuridica ed una questione economica. Basta che consideriate la vita economica per rendervi conto, se la osservate ad occhi aperti, che la questione va ben al di là della pura e semplice economia. Se oggi, a ragione, invochiamo la solidarietà sociale, dobbiamo anche domandarci: sì, ma che cosa dev’essere reso socievole, e come? Poiché da questi due punti di vista: che cosa dev’essere socializzato?  come dev’essere socializzato? dobbiamo considerare soprattutto la vita sociale, la sua più recente evoluzione e come essa ai nostri giorni, non facciamoci illusioni in proposito, sia perlomeno nella nostra terra più o meno sull’orlo del collasso. Di una cosa dobbiamo profondamente convincerci oggi, cari ascoltatori, e cioè che non possiamo più imparare niente da tutto ciò che la gente ha considerato pratico e adeguato all’uomo nel senso del capitalismo, nel senso dell’economia privata.

Chi oggi si affida alla credenza di poter andare avanti con le istituzioni concepite col modo di pensare del passato si abbandona ad illusioni. (Applausi). Si lascia proprio prendere dalle più grandi illusioni. Ma da queste istituzioni abbiamo da imparare. Vedete, l’elemento più caratteristico che è emerso da tempo nella vita sociale, ma che soprattutto oggi appare così forte, è che da un lato ci sono le classi che finora sono state alla direzione, radicate per lungo tempo nel loro pensare in ciò che era comodo per loro; quelle classi dirigenti che nei loro esponenti e in se stesse si sono sempre prodigate in lodi sperticate su tutto ciò che di così grande e magnifico è stato portato dalla più recente cultura e civiltà. Si sentiva ripetere in continuazione: «In modo prodigioso rispetto alle precedenti possibilità, oggi l’uomo si sposta rapidamente di parecchie miglia; i pensieri attraversano il mondo con la velocità del lampo grazie al telegrafo o al telefono. La civiltà artistica e scientifica si diffonde in modo inaspettato.» Potrei andare avanti ancora per un bel po’ con queste lodi, a cui non mi voglio unire, ma che innumerevoli persone che hanno preso parte a questa civiltà hanno cantato. Ma oggi ci si deve chiedere, anzi sono i tempi stessi che domandano: ma questa nuova cultura come ha potuto sorgere nella sua struttura economica? È stata possibile, gentili ascoltatori, solo perché si è innalzata come cultura dominante sullo stato di miseria fisica e psichica, sull’afflizione corporea e interiore della grande massa, a cui non era concesso di prendere parte alla tanto lodata cultura. (Applausi).

Se non ci fosse stata questa grande massa, se essa non avesse lavorato, questa cultura non avrebbe avuto modo di esistere. (Applausi). Di questo si tratta; questo è il compito storico oggi impellente, la questione che non può essere ignorata. Da qui risulta però anche ciò che caratterizza la vita economica moderna: il suo tratto caratteristico consiste nel fatto del quale qualunque appartenente, qualunque membro della classe abbiente può fornire facilmente una prova a piacere – negli ultimi tempi questa prova viene fornita di nuovo abbondantemente; per un certo periodo se ne era taciuto poiché, essendo questa prova così stolta, così stupida, non ci si poteva più presentare con una simile demenza ai lavoratori, a chi pensava davvero in maniera sociale – ma oggi che nell’aria, la cosiddetta aria spirituale, ci sono così tante insensatezze la si sente di nuovo con una certa frequenza. Per quelli che vogliono ancora difendere l’attuale ordinamento economico in sfacelo è facile dire: sì, se ora si spartisce davvero tutto ciò che esiste come rendita del capitale e proprietà di mezzi di produzione, ciò di cui dispone il singolo proletario non aumenta di molto. È un’obiezione insulsa, stupida, perché non si tratta affatto di questo, bensì di qualcosa di più fondamentale, di più grande e poderoso. Di questo si tratta: che tutta questa cultura economica, così come si è sviluppata sotto l’egemonia delle classi dominati, è diventata tale per cui un sopravanzo, un plusvalore può elargire solo a pochi i frutti di questa civiltà. Tutta la nostra cultura economica è tale per cui solo pochi possono goderne i frutti. Non produce più plusvalore di quello che può essere goduto solo da pochi. Se quel poco venisse elargito anche a quelli che hanno non meno il diritto di condurre un’esistenza umanamente degna, non basterebbe neanche minimamente.

Come mai? Questa domanda va posta in modo diverso da come la pongono in molti al giorno d’oggi. Voglio citarvi solo qualche esempio; potrei moltiplicare questi esempi non per cento, ma per mille, alcuni magari sotto forma di domande. Vorrei chiedere: nell’ordinamento dell’economia tedesca degli ultimi decenni tutte le macchine hanno davvero consumato solo il carbone davvero necessario al loro funzionamento? Chiedetevelo obiettivamente e vi risponderete che il nostro ordinamento economico si trovava in un caos tale per cui negli ultimi decenni tante macchine hanno ingoiato molto più carbone di quanto fosse necessario in base al progresso della tecnica. (Udite, udite!) Ma che cosa significa questo? Nientemeno che il fatto che per la produzione, per l’estrazione di questo carbone si è prodigata molta più manodopera di quanta se ne sarebbe dovuta e potuta impiegare se ci fosse stato un modo di pensare veramente socioeconomico. Questa manodopera è stata usata inutilmente, è stata sprecata. Vi chiedo: sa la gente che negli anni prima della guerra nell’economia tedesca abbiamo consumato il doppio del carbone che avrebbe dovuto venir usato? Abbiamo sprecato talmente tanto carbone che oggi dobbiamo dire che se coloro i quali dovevano occuparsi della tecnica e dell’economia fossero stati all’altezza del loro compito ci sarebbe bastata la metà del carbone estratto. (Applauso). Vi cito questo esempio perché vediate che esiste un polo opposto alla cultura del lusso di pochi. Questa cultura del lusso non è stata in grado di produrre dal suo interno teste dotate, veramente all’altezza della vita economica moderna. Così una quantità infinita di manodopera è andata sprecata e la produttività è stata minata. Queste sono le cause nascoste, cause assolutamente obiettive che ci hanno portati nella situazione in cui ci troviamo attualmente. Per questo bisogna risolvere in modo tecnico-oggettivo la questione sociale e della socializzazione. La cultura invalsa finora non ha prodotto delle teste capaci di creare uno sviluppo industriale in qualche modo razionale. Non c’è stata nessuna conoscenza scientifica delle leggi dell’industria, tutto si regge sul caos, sul caso.

Molto è stato lasciato alla scaltrezza, agli imbrogli, a un’assurda concorrenza personale. Non si scappa: se ci si fosse lasciati guidare dall’oggettività in base a una scienza dello sviluppo industriale, non sarebbe più venuto a galla ciò che una cultura del lusso ha procurato solo a pochi prendendolo dal plusvalore della popolazione lavorativa e produttiva. Oggi bisogna affrontare la questione sociale in modo completamente diverso da come viene perlopiù affrontata. Vedete, oggi uno può venire e dire: Sì, guarda un po’, tu ritieni che in futuro non ci dovranno più essere fannulloni che vivono di rendita? – Certo, la penso proprio così. Lui allora, se è un fautore dell’ordine economico attuale, mi dirà: Ma pensa solo di mettere insieme e distribuire tutti i beni di chi vive di rendita, pensa a quanto è poco rispetto a ciò che hanno insieme tutti i milioni di lavoratori. – Al che io risponderò: So esattamente come te che i beni di chi vive di rendita sono ristretti, ma ti faccio una controdomanda: C’è uno con un’ulcera piccolissima in un parte del corpo, un’ulcera molto piccola rispetto a tutto il corpo. Ma è la dimensione esterna dell’ulcera che conta o il fatto che la sua comparsa denota che tutto il corpo è malato?

Ciò che conta non è calcolare l’ammontare dei beni di chi vive di rendita, e neppure condannare costoro moralmente – non ci possono far niente, in qualche modo hanno ereditato la struttura mentale che li fa vivere di rendita – ciò che conta è invece che, proprio come nell’organismo umano la comparsa di un’ulcera si ripercuote su tutto l’organismo, così la possibilità di oziare o di vivere di rendita denota uno stato patologico dell’intero organismo sociale. (Applausi). Coloro i quali vivono di rendita sono semplicemente la dimostrazione che l’organismo sociale è malato; non sono che la prova, loro e tutti i fannulloni, come tutti quelli che non lavorano in prima persona, ma hanno il potere di sfruttare il lavoro di altri per il proprio mantenimento. I pensieri devono semplicemente essere incanalati in tutt’altra direzione. Ci si deve poter convincere del fatto che la nostra vita economica si è ammalata. A questo punto bisogna chiedersi come mai nel ciclo dell’economia il capitale, il lavoro umano e la merce si configurino in modo così malsano rispetto alle aspirazioni delle grandi masse, rispetto alla domanda se sia possibile per gli operai condurre un’esistenza degna dell’essere umano.

Questa è la domanda che va posta. E in merito a ciò non ci si può limitare all’ambito economico: se si considera la domanda in tutta la sua profondità, si è costretti ad affrontare la questione sociale da tre angolature diverse: come questione culturale, come questione statale o giuridica e come questione economica. Per questo dovete concedermi un quarto d’oretta in cui vi parlerò prima di tutto della questione sociale come questione culturale. Chi infatti si è occupato un po’ di questo aspetto della questione sociale sa perché non abbiamo una conoscenza scientifica del mondo dell’industria, perché non abbiamo ciò che a partire dalle teste degli uomini da tempo sarebbe sgorgato come guida sana, come sana socializzazione della nostra vita economica. Se un terreno, un terreno coltivabile, è malato, non darà alcun frutto. Se in una determinata epoca la vita culturale-spirituale dell’umanità non è sana, non produrrà quei frutti che dovrebbero crescere come visione d’insieme sull’economia, come possibilità di dominare l’ordinamento economico in modo che da esso possa realmente nascere una sana esistenza per le grandi masse. È sul terreno di una vita culturale malsana di questi ultimi tempi che è sorto tutto il caos che oggi regna nella nostra vita economica. (Applausi). Per questo dobbiamo volgere lo sguardo soprattutto a ciò che succede negli edifici davanti a cui l’operaio passa andando per la strada a lavoro terminato o la domenica.

Che cosa succede in quegli enti in cui si svolge la cosiddetta “educazione superiore”, da cui provengono gli ordini, le direttive per la pubblica istruzione inferiore, per la scuola elementare? Siate sinceri: che cosa sapete voi di come vengono prodotte nelle università, nei licei, nelle scuole tecniche quelle capacità personali che dirigono la vita culturale, giuridica ed economica? Non ne sapete nulla! Sapete qualcosa di ciò che viene insegnato a scuola ai vostri figli, ma anche lì non sapete quali scopi, quali obiettivi didattici fluiscano nelle scuole comuni dagli istituti superiori di istruzione. (Applausi). In pratica la grande massa del proletariato non ha la più pallida idea per quali strade chi domina la cultura conduca gli uomini. E ciò contribuisce a creare l’abisso, la profonda frattura: da un lato il proletariato, dall’altro gli altri. Che cosa si è mai fatto per migliorare la situazione negli ultimi tempi? Poiché non si poteva evitare di fare qualche inchino alla democrazia, si sono date al popolo delle briciole di ogni sorta della cosiddetta cultura moderna; sono state fondate università popolari, tenuti corsi popolari, al popolo sono state mostrate opere d’arte, con la benevola intenzione che anche il popolo potesse fruirne un po’. E che cosa si è ottenuto con tutto ciò? Nient’altro che una terribile menzogna culturale. (Applausi) Tutto ciò non ha fatto altro che rendere ancora più profonda la frattura. Come e quando il proletario poté ammirare con gusto genuino, con tutto il suo cuore e con tutta la sua anima, ciò che viene confezionato all’interno della classe borghese nel campo della pittura o della scienza in generale? E come potrebbe guardare a questi prodotti se avesse una vita sociale in comune con quelli che li realizzano, se non ci fossero le differenze di classe? È infatti impossibile avere una vita culturale in comune con coloro a cui non si appartiene socialmente. (Applausi).

È soprattutto questo ad aver scavato il grande abisso; è questo a indicare spiritualmente che cosa deve accadere. Cari ascoltatori! Davvero, come ho già detto, non ho intenzione di esporvi troppi fatti personali, ma quelle che vi sto dicendo sono le parole di uno che lungo il suo cammino spirituale ha trascorso i suoi sessant’anni il più lontano possibile da coloro il cui percorso di vita viene puntellato dallo Stato o dalla moderna economia. Solo così mi è stato possibile formare una vita culturale fondata su se stessa e un sano giudizio, solo rendendomi indipendente da tutto ciò che dipende culturalmente dallo Stato moderno e dalla moderna economia. (Applausi). Vedete, voi fate parte del proletariato, potete dire di farne parte; potete con orgoglio definirvi proletari di fronte all’impiegato statale che appartiene ad un altro ordine sociale. Così nell’ordinamento materiale: sapete che cosa deve subire a questo mondo il proletario rispetto all’impiegato statale. Ma nella vita culturale, cari ascoltatori, non ci sono veri e propri proletari; là vi sono solo persone che vi dichiarano apertamente: Se mai mi fossi piegato sotto il giogo di uno Stato, di un gruppo di capitalisti, non potrei oggi starvi davanti e dirvi ciò che vi sto dicendo a proposito delle idee sociali moderne, poiché queste cose non avrebbero avuto modo di entrare nella mia testa, non ve le potrei dire. Queste cose le può dire solo chi si è mantenuto libero dallo Stato e dall’ordinamento economico capitalistico, chi si è costruito autonomamente la propria vita interiore. (Applausi).

Gli altri non sono proletari, sono dei servitori. Oggi avviene che è colui che è uno schiavo in campo culturale, che nel suo spirito dipende dallo Stato moderno e dall’attuale ordinamento economico, ad avere in mano la gestione della cultura e quindi in pratica anche della vita giuridica ed economica. Ecco che cosa si è andato formando dall’economia capitalistica borghese negli ultimi secoli, cosa ha indotto lo Stato ad essere un servitore dell’ordinamento economico borghese, portando a sua volta la vita culturale a sottomettersi allo Stato. Oggi le persone illuminate, quelle che si ritengono istruite e molto intelligenti, sono fiere di poter dire: Nel medioevo, be’, a quei tempi la filosofia (così si chiamava allora l’insieme della scienza) reggeva lo strascico alla teologia. Ovviamente non vogliamo tornare indietro, non ho la minima intenzione di tornare al medioevo, ma che cosa è successo nel corso dell’evoluzione moderna? Oggi lo scienziato, che è diventato quanto mai fiero di sé, non regge più lo strascico alla teologia, ma che cosa fa con lo Stato? Eccovi un esempio eloquente: vedete, c’è stato un grande fisiologo moderno, nel frattempo è morto, che era anche un luminare dell’Accademia delle scienze di Berlino.

Lo stimo molto come naturalista. Come dice Shakespeare, «Sono tutte persone dabbene», anch’io desidero dire: «Sono tutte persone a modo, tutte, tutte.» Ma quest’uomo ha rivelato qualcosa di ciò che caratterizza la vita culturale moderna. Diceva appunto (è quasi impossibile crederci, ma è vero) che gli scienziati dell’Accademia delle scienze di Berlino si sentivano come una truppa coloniale a difesa degli Hohenzollern. (Risate). Sì, vedete, di nuovo un esempio che potrebbe venir moltiplicato facilmente per cento, per mille. Ora vi chiedo: c’è da meravigliarsi se il proletario che guarda a questo tipo di cultura la valuta come un puro lusso? C’è da stupirsi se lui si dice: questa cultura non si fonda su una realtà spirituale, non può far da sostegno all’anima umana; né palesa di essere l’emanazione di un ordine universale divino o morale. No, è una pura emanazione della vita economica. La gente vive spiritualmente allo stesso modo in cui accumula il suo capitale. È questo che le rende possibile il suo tipo di cultura. (Applausi). È per questo che neanche nel proletariato moderno si è potuta formare un’opinione veramente libera su una vita culturale che dà un vero sostegno all’anima. Ma io so per esperienza, un’esperienza decennale, che nel moderno proletariato c’è una profonda nostalgia per una vera vita spirituale, non per una vita culturale che arriva solo fin dove arriva la borghesia, ma che si riversa nell’animo di tutti gli esseri umani. Per questo l’appello di cui ho oggi il dovere di parlarvi chiede che la vita culturale in futuro debba essere indipendente, non basarsi solo sui resti ancora presenti della cultura, dell’arte e così via. A Berlino si è voluto incamerare anche questi nell’onnipotenza statale. Tutta la cultura, dall’ordinamento scolastico inferiore fino alle scuole superiori, dev’essere autonoma, deve reggersi su se stessa, poiché lo spirito prospera solo se può dar prova ogni giorno della sua realtà e della sua forza.

Lo spirito non può mai prosperare se dipende dallo Stato, se diventa un sottomesso bracciante dello Stato e della vita economica. (Applausi). Ciò che si è instaurato in quest’ambito ha paralizzato le teste degli uomini. Ah, quando oggi guardiamo le classi dirigenti, quando noi che vogliamo aver comprensione per l’appello ad una vera socialità, guardiamo quelli che dirigono le fabbriche, quelli che dirigono le officine, le scuole, le università, gli Stati – ah, ci piange il cuore – a questi individui non viene in mente niente, non gli entra in testa la portata e la serietà della situazione. Perché no? A che cosa sono stati un po’ alla volta abituati gli uomini rispetto all’economia, alla vita giuridico-statale e culturale? Dopo i primi anni di vita, che lo Stato non ha ancora preso in mano (poiché per lui i primi anni del bambino richiedono troppo lavoro di pulizia!), passati questi primi anni, lo Stato prende in mano l’uomo con la scuola elementare. Allora lo educa in modo tale che quest’uomo debba compiere solo ciò che gli viene ordinato (è stato così fino alla grande catastrofe della guerra, in tutto il mondo civilizzato), solo ciò che gli viene comandato di fare, ciò che difatti lo Stato esige dai suoi teologi, dai suoi medici – questo è emerso durante la guerra – e anche dai giuristi, dai filosofi. Se nelle commissioni d’esame c’è per caso una persona intelligente, allora può capitare di sentire anche una parola intelligente. Una volta ero seduto accanto a un tizio che faceva parte di una commissione d’esame e mentre parlavamo di come è mal strutturato l’ordinamento scolastico, mi ha detto: Sì, fa veramente male dover esaminare la gente e vedere che razza di “asini” si devono propinare agli studenti. (Risate). Ve lo racconto solo come fatto sintomatico della nostra cultura, come sintomo che fa notare che cosa vive fra gli uomini che hanno guidato il mondo, a cui in un certo senso è stata affidata la guida dell’umanità, che fa capire perché alla fine gli uomini hanno fatto finire l’umanità in questa terribile catastrofe.

Le cause che hanno trascinato l’umanità in questa catastrofe si compongono di milioni di dettagli, e fra queste cause c’è in prima linea l’assetto attuale della vita culturale; e dato che oggi ci si occupa di socializzazione, si tratta in primo luogo di rendere davvero sociale la vita culturale. Ciò che conta è coltivare nella maniera giusta i talenti e le capacità umane, come nel campo si ha cura di ciò che sul terreno deve crescere. Finora ciò non è stato fatto. Lo Stato prendeva in consegna l’uomo, lo addestrava a proprio uso, privandolo di ogni iniziativa sua, di ogni autonomia. Alla fine l’uomo aveva un solo ideale rispetto alla vita economica, spirituale e giuridica dello Stato: amministrare l’economia. Lo Stato l’aveva preso in carico, l’aveva formato per i suoi scopi. Ora che l’uomo era stato ben addestrato, cominciava per lui la stessa vita economica statalizzata. Era sistemato, poteva sedersi tranquillo; anche se non voleva più lavorare riceveva assistenza sotto forma di pensione, cioè grazie al lavoro di quelli che non avevano nessuna pensione. E una volta morto era la Chiesa ad occuparsi della questione dopo la morte. La Chiesa gli dava la pensione per il dopo morte. Così l’uomo, se faceva parte delle classi dirigenti, era sistemato economicamente fino alla morte; e nella tomba riceveva il pensionamento per il dopo morte. Tutto era a posto per lui, non aveva più bisogno di scervellarsi o di intervenire nell’ordine sociale per far saltar fuori qualcosa di sensato; non aveva bisogno di parteciparvi attivamente. Per questo a poco a poco non è più stato in grado di riflettere su ciò che va fatto, su ciò che deve fare il suo ingresso nel mondo in termini di innovazione. Coloro che venivano esclusi da tutto questo, a cui lo Stato non avrebbe mai concesso la minima pensione assicurativa fino alla morte se non l’avessero strappata a forza e a cui le classi dirigenti non hanno trasmesso neppure una vera vita culturale – questi proletari non volevano accettare una vita spirituale che gli dava una patente per l’anima dopo la morte, no, pretendevano un nuovo assetto sociale. (Applausi). Abbiamo allora come prima esigenza quella dell’emancipazione della cultura, di un rinnovamento della vita culturale. Questa è la prima questione di cui si tratta.

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La seconda questione la troviamo se volgiamo lo sguardo all’ambito giuridico, a quel settore che dovrebbe appartenere allo Stato vero e proprio. Ma oggi possiamo pensare nel modo giusto riguardo a questo ambito solo se guardiamo l’area economica dall’ottica dello Stato. Che cosa troviamo nell’area economica? Produzione di merci, circolazione di merci, consumo di merci. Le merci hanno determinati valori che si esprimono nel prezzo, ma per via dello sviluppo economico degli ultimi tempi, connesso con l’evoluzione dell’apparato statale, la borghesia ha inserito nella vita economica qualcosa di cui oggi il proletario ha tutti i diritti di esigere che smetta di far parte della vita economica. Questo qualcosa è la manodopera, la forza lavorativa umana. Come Marx è riuscito a colpire le anime di coloro che avevano una sensibilità proletaria coniando il concetto di “plusvalore”, le stesse anime sono state colpite non meno dall’affermazione che la manodopera umana è ingiustamente diventata una merce nel moderno ordinamento economico. Qui il proletario avverte: Fino a quando la mia manodopera dovrà essere comprata e venduta come una merce sul mercato del lavoro, in base alla domanda e all’offerta, fino ad allora non potrò rispondere in modo affermativo alla domanda: sto vivendo un’esistenza degna dell’essere umano? (Applausi). Che cosa conosce in fin dei conti della vita culturale il proletario moderno? Nonostante tutti gli intrattenimenti popolari, nonostante tutte le visite guidate nelle gallerie d’arte ecc., conosce solo quello che lui chiama plusvalore. Plusvalore è tutto ciò che il proletario deve fornire per una vita culturale che non può diventare sua – ecco che cosa lui conosce della cultura. Per questo la parola plusvalore ha colpito così violentemente l’animo del proletario. Quando Karl Marx ha pronunciato questa parola ha toccato i sentimenti del proletario moderno. E proprio poiché oggi la manodopera umana deve in modo assoluto cessare di essere una merce, l’altra espressione di Marx, “forza lavorativa uguale merce”, si è abbattuta come un fulmine, come una profonda verità, sui cuori e sugli animi dei proletari. Chi capisce davvero la vita umana, sa che alla base di quanto ho appena detto, cioè che la manodopera umana del proletario funge ingiustamente da merce nel moderno processo economico, c’è di nuovo una terribile menzogna di vita. Infatti, miei cari ascoltatori, la manodopera umana è qualcosa che non si può in alcun modo paragonare ad una merce, ad un prodotto, attribuendole un qualsiasi prezzo.

Questa è una cosa che si può per di più dimostrare con assoluta precisione. Cari ascoltatori, so che a proposito di queste conferenze che tengo in questo stesso modo, da parte delle classi dirigenti si obietta sempre, direttamente o indirettamente, che sono difficili da capire. (Risate). Ebbene, poco tempo fa qualcuno mi ha detto che sono difficili da capire per chi non le vuole capire! (Applausi). E quando di recente a Dornach (Svizzera) ho tenuto ad un’assemblea di proletari all’incirca la stessa conferenza che sto tenendo a voi oggi, qualcuno della razza di quelle persone che trovano queste parole così incomprensibili mi ha detto di non averle capite bene. Al che un proletario gli ha risposto: Be’, bisogna essere proprio una testa di rapa per non capirle! Io quindi non mi preoccupo dell’incomprensibilità di quanto dico, giacché sono stato per anni insegnante alla scuola di formazione per operai fondata da Wilhelm Liebknecht e so che il proletario capisce certe cose che il borghese trova del tutto incomprensibili. Non ho paura che non mi capiate se vi dico che tutte le tendenze, tutti i processi della vita economica mirano al consumo delle merci. La cosa importante è che il consumo della merce avvenga in modo sano. Ciò che non può essere consumato viene prodotto a torto, a detrimento dell’organismo sociale. La merce che viene prodotta deve anche poter venire consumata. Se attraverso l’ordinamento economico del capitalismo la manodopera, la forza di lavoro dell’uomo viene trasformata in merce, a chi la trasforma in merce interessa soltanto consumarla. Ma nessuno ha il diritto di limitarsi a consumare. Abbiamo bisogno perciò di un ordinamento economico e soprattutto di un tipo di società che non solo esiga le ore di lavoro, ma anche le ore di riposo (Applausi), perché sono necessarie anche queste per rendere possibile la convivenza sociale. È questo che indica che un risanamento della società potrà cominciare solo quando le classi dirigenti dimostreranno di aver il diritto di aver in mano le redini del sociale per il fatto che si dimostreranno altrettanto interessate alle ore di riposo del lavoratore quanto i capitalisti hanno interesse alle sue ore di lavoro. Per questo vi dico che nessuno mai può paragonare la forza lavorativa ad una merce qualsiasi attribuendole un prezzo. È questo che fa sì che sul mercato si possa comprare la manodopera umana. Capite che cosa ciò significa? È una grande menzogna, un farisaismo che va fatto sparire. Come possiamo togliere alla manodopera il carattere di merce? Questa è una seconda questione del problema sociale, la prima era la questione della cultura. È una questione non da poco: come fa l’operaio moderno a spogliare la sua manodopera del carattere di merce? Che cosa vive il proletario moderno in base al modo in cui il suo lavorare viene trattato nell’economia moderna?

Forse, dato che non ha sempre il tempo di spiegarsi tutto ciò che prova, ciò che passa nel suo cuore, forse non è in grado di esprimere chiaramente il suo stato, però dice a se stesso: Nell’antichità c’erano gli schiavi, allora i capitalisti compravano e vendevano l’essere umano come si compra e si vende una mucca, compravano e vendevano l’uomo intero. In seguito è subentrata la servitù della gleba, dove non si vendeva più l’uomo intero, ma solo una parte di lui, comunque ancora abbastanza. Al giorno d’oggi, nonostante tutte le dichiarazioni di libertà e umanità, nonostante il cosiddetto contratto di lavoro, il proletario sa molto bene che viene ancora comprata e venduta la sua manodopera. Questo lo sa bene, non si lascia ingannare dal cosiddetto contratto di lavoro. Ma nella sua anima, nel suo cuore, si dice: certo, al mercato posso vendere un cavallo, un paio di stivali, e poi tornarmene a casa. Ma la mia manodopera non la posso portare al mercato per venderla al produttore e poi andarmene via; devo andar dappertutto come essere umano là dove serve la mia manodopera. Devo vendere tutto me stesso qualora mi tocchi instaurare un rapporto di salariato, se sono costretto a vendere la mia forza lavorativa. (Applausi). Così vive il proletario moderno la relazione fra il vero carattere della sua manodopera e l’antica schiavitù. Per questo avverte quello che le classi dirigenti purtroppo non hanno saputo capire al momento giusto, cioè che oggi è giunto il momento storico in cui la manodopera deve smettere di essere una merce. Nella vita economica ci può essere solo la produzione, il consumo e lo scambio di merci. Solo chi sa pensare soltanto all’antica, come Walter Rathenau nel suo ultimo libretto Nach der Flut (Dopo il diluvio), mostra una certa paura di fronte a questo assunto. Walter Rathenau afferma: se si disassocia la manodopera dal ciclo economico, il valore del denaro viene a diminuire terribilmente. Be’, la sua visione è quanto mai parziale. Per quelli che la pensano come lui questo decrescere del valore del denaro rivestirà senz’altro una grande importanza, ma non val la pena di occuparcene oltre. La questione è invece che la vita economica può essere osservata in modo giusto solo a condizione che si veda come essa confini da un lato col fattore di natura. Vedete, la terra produce cavolfiori, produce grano. Nel terreno operano per esempio le forze della natura che fanno maturare il grano e che sono proprie del terreno. Dall’alto cade la pioggia necessaria. Tutte queste sono condizioni di natura. Le possiamo influenzare un po’ con la tecnica, ma la vita economica trova nella natura un limite.

Come sarebbe voler in base alle congiunture dell’economia decretare per legge: bene, se vogliamo prezzi ragionevoli, un assetto economico ragionevole, allora nel 1920 ci devono essere tot giorni di pioggia e tot giorni di sole, e le forze del suolo dovranno comportarsi in questo o in quel modo. (Risate). Avete ben ragione di ridere. Sarebbe ben stolto chi volesse emanare leggi su ciò che viene deciso dalla natura, chi volesse ricavare dall’economia le istruzioni su come devono agire le forze naturali. Come tocchiamo qui un limite per l’economia, come il suolo di un certo paese

può produrre solo una certa quantità di materie prime, così dall’altro lato, cari ascoltatori, la vita economica deve trovare un limite in ciò che esula non meno dal suo campo, cioè nella vita giuridico-statale. Solo in campo giuridico può essere stabilito e regolato ciò in cui tutti gli uomini sono uguali, ciò che appartiene davvero all’ambito della democrazia. Ecco allora che arriviamo ad una triarticolazione dell’organismo sociale sano. La vita culturale si regge su se stessa, deve svolgersi in tutta libertà. Lì devono essere coltivati nel modo giusto i talenti, le attitudini umane. Uno statista che durante la terribile catastrofe della guerra ha detto delle belle stupidate, ha affermato tra l’altro: In futuro via libera alle persone capaci! Bene, gentili ascoltatori, coi tempi che corrono ciò che conta non sono più le belle frasi fatte, i modi di dire vuoti. Quando qualcuno dice «via libera alle persone capaci», ma per via di parentela o di pregiudizi sociali non può far altro che considerare più capace il proprio nipote o il cugino, allora con un motto così grandioso non si è fatto poi niente di straordinario. Nella libera vita culturale bisogna prendere sul serio la cura del talento umano, solo così diventerà sociale. Allo Stato spetta tutto ciò in cui tutti gli uomini sono uguali, per cui non contano i talenti particolari, bensì ciò che ogni uomo ha di innato: come per l’occhio sano la capacità di distinguere il rosso dal blu. Ciò che riguarda lo Stato è la coscienza del diritto. Questa coscienza giuridica può essere dapprima assopita nell’anima, ma è presente come un germe nel cuore di ogni uomo. Il proletario ha cercato un’espressione genuina di questa coscienza giuridica. Che cosa ha trovato? Come nel campo della cultura ha trovato il lusso culturale, che era come un’esalazione della vita economica, così nell’ambito dello Stato, invece di trovare la manifestazione della coscienza giuridica, ha trovato privilegi di ceti sociali, privilegi e svantaggi di classe. (Applausi). Qui trovate le radici di tutto ciò che è antisociale nella vita moderna. Allo Stato appartiene tutto ciò in cui gli uomini sono uguali fra loro. Uguali non sono nelle loro capacità e nei loro talenti fisici e intellettuali; questi sono affidati alle cure di una vita culturale libera. Lo Stato comincerà ad essere qualcosa di sano quando smetterà di assorbire la vita culturale e quella economica nel senso dell’ordine borghese moderno – si potrebbe anche dire dell’ordine borghese che si avvia verso il tramonto –, ma quando lascerà libera da un lato la vita culturale e dall’altro quella economica per la loro propria socializzazione. È di questo che si tratta. Allora sarà possibile che l’operaio, da uguale a tutti gli altri uomini possa determinare nell’ambito dello Stato, la durata, il tipo e il carattere dell’attività lavorativa prima di entrare nell’ambito dell’economia. In futuro dev’essere altrettanto impossibile decidere qualcosa sul diritto del lavoro in base alle esigenze dell’economia, come la natura rende impossibile che sia l’economia a regolare la quantità di pioggia o di sole.

È indipendentemente dalla vita economica, sul terreno democratico, nello Stato nettamente staccato dalla vita economica, che si deve stabilire per legge in che cosa un uomo è uguale all’altro, in che cosa consiste il diritto lavorativo, che cosa va contro le sue leggi, che cosa significa disporre di una cosa, quella che oggi chiamiamo proprietà ma che in futuro dovrà in massima parte terminare di essere, per cedere il posto a qualcosa di sano. Quando non sarà più la vita economica a decidere delle modalità lavorative, quando viceversa l’economia dovrà orientarsi in base a quello che l’operaio decide come uomo circa il proprio lavoro nella democrazia statale, allora verrà soddisfatta una grande aspirazione. Ma si potrebbe obiettare: allora la vita economica diventerà dipendente dalla legge e dal diritto che regola il lavoro. Certo, ma sarà una dipendenza sana, una dipendenza non meno naturale di quella dalla natura stessa. Prima di andare in fabbrica l’operaio saprà come e per quanto tempo deve lavorare, non avrà più niente da regolamentare con un direttore dei lavori per quanto riguarda la durata e la natura del suo lavoro. Dovrà solo discutere sulla spartizione di quanto viene prodotto insieme col direttore del lavoro. Solo quello potrà essere un contratto di lavoro che merita questo nome. Ci saranno contratti solo sulla distribuzione del prodotto, sul ricavato, non sulla manodopera. Non si tratta di un ritorno al salario a cottimo di vecchia data, sarebbe così solo se questo processo di socializzazione non venisse attuato su tutta la linea. Cari ascoltatori, c’è ancora qualcosa di cui posso parlare solo brevemente, qualcosa che si oppone al diritto del lavoro che renderà liberi gli operai. Vedete, il socialismo corrente parla davvero molto del fatto che la proprietà privata deve passare alla collettività. Ma la grande domanda della socializzazione sarà per l’appunto il come. Ora, cari ascoltatori, nel nostro attuale ordinamento economico c’è un unico campo in cui regna un pensare un po’ sano riguardo alla proprietà. È l’ambito che è diventato a poco a poco sempre più insignificante per la moderna fraseologia borghese, per la moderna falsità borghese. Si tratta dei beni intellettuali, della proprietà spirituale. Riguardo alla proprietà intellettuale, vedete, la gente la pensa ancora un po’ in maniera sana. Si dice: per quanto in gamba, per quanto intelligente un tipo possa essere, nasce già con i suoi talenti, questo non ha nessuna importanza sociale, anzi, è tenuto a offrire i suoi talenti alla comunità umana. Questi talenti non servirebbero a niente se l’uomo non fosse inserito nella società umana.

Ciò che l’uomo riesce a creare con le sue capacità lo deve alla società umana, all’ordine sociale. La sua creazione in realtà non gli appartiene. Perché uno amministra la sua cosiddetta proprietà intellettuale? Per il semplice fatto che è lui a crearla. Il fatto di crearla dimostra che dispone in quel campo di talenti migliori degli altri. Fino a quando disporrà di questi talenti migliori, sarà in grado di amministrare per il bene di tutti il suo patrimonio spirituale. Ora gli uomini hanno finalmente capito che questa proprietà intellettuale non è ereditabile all’infinito; trent’anni dopo la morte dell’individuo il suo patrimonio spirituale appartiene all’umanità intera. Una volta trascorsi trent’anni dalla mia morte chiunque potrà stampare tutto ciò che io ho prodotto, lo si potrà utilizzare come si vuole, ed è giusto così. Sarei anzi d’accordo che in questo campo ci fossero ancor più diritti. L’unica cosa che giustifica l’amministrazione di un certo patrimonio spirituale è che, essendo in grado di produrlo, si è anche dotati di talenti migliori. Chiedete oggi al capitalista se è d’accordo di applicare le stesse regole che ritiene giuste per la proprietà intellettuale anche alla proprietà materiale per lui così preziosa. Provate a chiederglielo! Eppure è questo il modo sano di amministrare qualcosa. Dev’esserci alla base un ordine sano, che dia a chiunque la possibilità di attingere al capitale partendo dall’organizzazione spirituale, che consisterà in una sana gestione dei talenti umani – trovate questi argomenti descritti più dettagliatamente nel mio libro I punti essenziali della questione sociale. Occorre però trovare gli strumenti e i modi per giungere a questa grande e completa socializzazione del capitale, cioè della rendita del capitale e dei mezzi di produzione, così che chiunque abbia le dovute capacità possa disporre del capitale e dei mezzi di produzione, ma li possa amministrare e gestire solo fino a quando potrà o vorrà esercitare tali capacità. Quando lui stesso non se ne vorrà più occupare, passeranno alla collettività con modalità da stabilire. Cominceranno così a circolare in seno alla collettività. Questo sarà un percorso sano verso la socializzazione del capitale: quando faremo circolare nell’organismo sociale quello che oggi si accumula in capitali grazie al diritto ereditario, alla formazione di rendite, al diritto all’ozio, a diritti umani superflui, ecco ciò che conta. Non c’è neanche bisogno di dire che la proprietà privata deve diventare proprietà collettiva. Il concetto di proprietà non avrà alcun senso. Sarà privo di senso come lo sarebbe il fatto che in alcuni punti del mio corpo cominciassero ad accumularsi supplementi di sangue. Il sangue deve continuare a circolare. Il capitale deve passare da persone capaci ad altre persone capaci. L’operaio sarà d’accordo con una socializzazione di questo tipo? Certo che lo sarà, poiché la sua situazione lo costringe ad essere ragionevole. Egli si dirà: se alla direzione c’è qualcuno che ha le dovute capacità, allora gli posso dar fiducia, le mie forze lavorative vengono impiegate meglio col direttore dotato che non sotto il capitalista che non ha le dovute capacità, ma che è stato messo al suo posto da un malsano processo di accumulo di capitali. (Applausi).

In questa sede posso solo accennare a queste cose. La futura teoria della socializzazione che prevede la costante circolazione del capitale e dei mezzi di produzione rappresenterà la vera realizzazione di ciò che anche Karl Marx considerava in maniera astratta un grande traguardo dell’umanità: dare a ciascuno secondo le sue capacità e i suoi bisogni. Oggi abbiamo attraversato un duro periodo di dolore, un duro periodo di prova per il genere umano. Oggi non abbiamo più bisogno di dire, come certi: deve nascere una nuova razza umana capace di socializzare in base al principio: a ciascuno secondo le sue capacità e i suoi bisogni. No, possiamo avere una fondata fiducia, se solo lo vogliamo, e allora le idee sociali sane della triarticolazione in vita culturale, vita giuridica e vita economica potranno affermarsi. Questa vita economica infatti diventerà sana solo se verrà sciolta dalle altre due. Nell’ambito della vita economica verranno allora a formarsi, come ho descritto nel mio libro, associazioni e cooperative che però non avranno lo scopo di produrre per trar profitto, ma si orienteranno secondo il consumo e non produrranno in modo da sprecare le forze lavorative, chiamandole invece al risanamento del consumo, alla soddisfazione dei bisogni. Permettetemi ancora di raccontarvi come abbiamo iniziato a socializzare economicamente la vita culturale in un certo settore di quella Società, a proposito della quale si sono dette tante calunnie, per cui mi rendo perfettamente conto che non vi ispiri simpatia. Quando circa vent’anni fa sono stato costretto a dirigere questa Società, con i miei amici mi sono detto: se pubblichi i libri che hai prodotto all’interno di questa Società nello stesso modo capitalistico oggi in vigore nel commercio librario, commetti un peccato contro il sano pensiero sociale. Come vengono prodotti i libri al giorno d’oggi? Oggi sono in molti a ritenersi capaci di scrivere buoni libri. Ma se dovessimo leggere tutto quello che viene pubblicato avremmo parecchio da fare. Vedete, proprio per questo è invalso nel commercio librario il seguente uso: uno si considera un genio e scrive un libro. Il libro viene stampato in mille copie. Nella maggior parte dei casi 950 copie vengono mandate al macero, perché ne sono state vendute solo cinquanta. Che cosa significa questo in termini di economia? Vedete, per questa produzione sono state impiegate tante persone che hanno fabbricato la carta, tanti addetti alla composizione, tanti rilegatori e altri ancora; tutto lavoro improduttivo, che non è servito a niente. In questo consiste il grosso danno. Oh, vi stupireste se provaste per una volta a rispondere alla domanda che chiede quale percentuale del lavoro che voi qui presenti dovete eseguire va a finire in niente!

Questo è il grande danno sociale. E allora che cosa ho cercato di fare? Mi sono detto: con il commercio librario non c’è niente da fare. Abbiamo fondato noi una piccola libreria, ma prima ho fatto in modo che ci fossero le esigenze di pubblicare un certo libro. Vuol dire che prima di tutto mi sono premurato di procurare i consumatori, ovviamente non attaccando manifesti pubblicitari alle colonne, come «Fatevi una buona minestra con Maggi!», ma creando prima i bisogni – naturalmente si potrà aver da ridire su questi bisogni – e mettendomi a stampare solo quando ero sicuro che non sarebbe rimasta invenduta una sola copia, che nessun lavoro sarebbe stato inutile. Lo stesso tentativo è stato fatto anche con la produzione del pane, ma lì non abbiamo avuto lo stesso successo a causa dell’attuale situazione. Ma dove si è potuto realizzare questo esperimento, i frutti si sono manifestati proprio in campo economico – quando non si parte dalla produzione cieca che mira solo all’arricchimento, ma dai bisogni, dal consumo. Quando si procede così, si può effettuare una vera socializzazione tramite una vita economica cooperativistica. Vedete, oggi ho dovuto parlarvi della socializzazione a vasto raggio, perché solo quello che nasce da un orizzonte mentale ampio si dimostra veramente pratico. Se non ci si pone come prima domanda quella che chiede che cosa deve fare lo Stato, si fanno solo interventi raffazzonati nella socializzazione. Lo Stato deve prima di tutto lasciar libera la vita culturale da un lato e quella economica dall’altro. Non deve andar oltre il terreno della vita giuridica. Non è affatto qualcosa di poco pratico, bensì un tipo di socializzazione che può venir realizzata ogni giorno. (Applausi) Che cosa ci vuole? Coraggio, audacia, nient’altro! Ma perché la gente considera la cosa poco pratica? Ho conosciuto abbastanza gente che in questi ultimi quattro anni e mezzo non ha fatto altro che ripetere che la catastrofe della guerra mondiale è stata così terribile, che la storia non conosce tempi in cui gli uomini abbiano vissuto orrori simili a questi. Il più grande avvenimento nell’evoluzione storica dell’umanità.

Orbene, io però non ho ancora trovato nessuno che dica anche: se gli uomini sono stati condannati ad una tale miseria dai loro vecchi pensieri, dalle vecchie abitudini di pensiero, allora adesso devono darsi una mossa e abbandonare quei vecchi pensieri per trovarne di nuovi. La prima cosa di cui abbiam bisogno è una socializzazione delle teste! (Applausi). Nelle teste che ci portiamo sulle spalle deve entrare qualcosa di nuovo rispetto a quello che c’è stato finora. È di questo che abbiamo bisogno, e per questo dobbiamo affrontare la questione in modo più ampio. E per concludere vorrei dire ancora questo: quando è cominciata l’alba dei tempi nuovi, gli uomini che avevano più di tutti a cuore il progresso dell’umanità civile erano pervasi da tre grandi ideali: libertà, uguaglianza, fratellanza. Sono una faccenda particolare questi tre grandi ideali. Da una parte ogni uomo sano e dotato di coraggio interiore sente che questi sono i tre grandi impulsi che finalmente devono far da guida all’umanità moderna. Ma ci sono state tante persone intelligenti che nel diciannovesimo secolo hanno continuato a dimostrare quale contraddizione sussista fra queste tre idee – libertà, uguaglianza, fraternità. Sì, hanno ragione, si contraddicono a vicenda; ma se pur si contraddicono restano comunque gli ideali più grandi. Sono sorti in un’epoca in cui lo sguardo dell’umanità era ancora come ipnotizzato e fissato sullo Stato plenipotenziario, fino ai giorni nostri venerato come un idolo. Soprattutto quelli che hanno fatto dello Stato il loro protettore e di se stessi i protettori dello Stato, i cosiddetti imprenditori, potrebbero parlare dello Stato ai lavoratori come parlava Faust di Dio alla Gretchen sedicenne. L’imprenditore potrebbe dire al lavoratore: lo Stato, mio caro operaio, è colui che tutto abbraccia e tutto regge, non abbraccia e non regge te, me, se stesso?!

Il Coraggio della Libertà - Rudolf Steiner

E inconsciamente può pensare «ma soprattutto me». Lo sguardo è stato rivolto, come ipnotizzato, a quest’idolo dello Stato totalizzante. Ed è in questo Stato tuttofare che si contraddicono quei tre grandi ideali. Ma coloro i quali non si sono lasciati ipnotizzare da questo Stato unitario sul piano della vita culturale, quelli che pensavano della libertà le cose che io stesso ho espresso nel mio libro La filosofia della libertà, scritto agli inizi degli anni novanta e che dovette uscire di nuovo proprio adesso in quest’epoca delle grandi questioni sociali, che pensavano così dei grandi cambiamenti nel modo di pensare, quegli uomini sapevano che si riscontravano contraddizioni fra i tre massimi ideali sociali solo perché si credeva di doverli realizzare tutti nello Stato che domina l’intera vita. Se si riconoscerà in maniera corretta che l’organismo sociale sano dev’essere triarticolato, si vedrà che sul piano della vita culturale deve regnare la libertà, poiché lì vanno coltivati in maniera libera le capacità, i talenti, le attitudini dell’uomo. Nell’ambito dello Stato deve regnare l’assoluta uguaglianza, l’uguaglianza democratica, poiché nello Stato ha vigore ciò per cui tutti gli uomini sono uguali fra loro. Nella vita economica, che dev’essere scissa da quella statale e da quella culturale, ma a cui vita statale e vita culturale devono fornire la loro forza, – nella vita economica deve regnare la fraternità, la solidarietà in grande stile che risulterà da associazioni e cooperative che sorgeranno dalle associazioni delle categorie professionali, dalle comunità che si formano dall’accordo tra il sano consumo e la sana produzione. Nell’organismo triarticolato potranno regnare l’uguaglianza, la libertà e la fraternità, e si realizzerà grazie a questo nuovo tipo di socializzazione ciò a cui gli uomini dal pensiero e dal sentimento sano aspirano da tanto tempo. Bisognerà solo avere il coraggio di considerare come delle mummie certi vecchi programmi di partito nel confrontarli con la nuova situazione mondiale. Bisognerà solo avere il coraggio di ammettere a se stessi che occorrono nuovi pensieri per le nuove opere, per le nuove fasi evolutive dell’umanità. E nelle mie osservazioni che abbracciano diversi decenni ho fatto esperienze in tutte le classi sociali, esperienze derivate da un destino che mi ha insegnato a sentire e a pensare con il proletariato, non a proposito di esso. Da queste esperienze nasce in me il sentimento che il proletariato sia sano, che persino ciò che ora è emerso come conseguenza dell’inammissibile fusione della vita economica con la vita statale sia sentito dai proletari nel modo giusto. Oh, chi mi ha ascoltato oggi saprà che mi stanno davvero a cuore le giustificate rivendicazioni del proletariato moderno, che rappresentano aspirazioni di portata storica. Ma so anche che in fin dei conti il proletario ragionevole la pensa in fatto di sciopero come la pensa ogni uomo ragionevole. So che l’operaio ragionevole non fa dello sciopero un fine a se stesso, ma lo attua solo perché l’ordinamento economico ha fatto sì che gli interessi politici si siano fusi con quelli economici. Solo quando la vita politica sarà stata separata da quella economica quest’ultima potrà essere portata su una strada ragionevole. Anche in questo potremmo capirci, soprattutto se avessimo occasione di parlarne più approfonditamente. Di ogni sciopero capiremmo che sarebbe possibile farne a meno. L’operaio ragionevole ricorre allo sciopero solo quando vi è costretto. Fa parte della sana socializzazione anche il fatto che ci lasciamo alle spalle quello che non vogliamo fare, ciò che non ha senso fare. L’ordinamento economico moderno è giunto al punto che spesso vengono compiute cose che non si vogliono fare, cose ritenute insensate. (Applausi). Voi mi capirete, e capirete anche quando proprio da questo punto di vista dico che per quanto siano negative le esperienze che ho fatto presso le vecchie classi sociali, gli uomini devono comunque trovare la via verso la triarticolazione, ed è proprio dal sano pensare e sentire del proletariato moderno che mi riprometto davvero molto. Ho visto come dietro a quella che il proletariato moderno chiama la sua coscienza di classe si celi una coscienza inconscia che abbraccia tutta l’umanità. Il proletario con coscienza di classe chiede in realtà: come si può instaurare un ordine mondiale che risponda con un sì alla mia domanda: la vita umana è per me dignitosa e degna di essere vissuta? Fino ad oggi il proletario non può rispondere affermativamente a questa domanda, sia per quanto riguarda l’ordine economico, quello giuridico e la vita culturale, ma domani potrà rispondere di sì. E fra questo no e questo sì c’è la vera socializzazione, tutto ciò attraverso cui il proletariato cosciente di sé libererà e riscatterà questo proletariato, liberando e riscattando tutto ciò che vi è di umano nell’uomo e che merita di essere liberato e riscattato.

Come interlocutore è intervenuto nella discussione un signore che si è scandalizzato per il presunto aspetto propagandistico e demagogico della conferenza. Dopo di che il direttore tecnico della Daimler si è rivolto con parole pesanti all’assemblea. Ha detto che, dato che non ha molte opportunità di parlare con i suoi operai, ma che ha a che fare solo con i comitati, avrebbe approfittato volentieri dell’occasione per dir loro come anche da parte della direzione si sia disposti ad accogliere con soddisfazione dei tentativi seri di risolvere la questione sociale, solo che bisogna far notare che le innovazioni in vista di un progresso dell’industria devono rispettare la continuità. Ha inoltre detto di temere molto che le masse eccitate possano agire diversamente e ha esortato alla prudenza, aggiungendo che forse un giorno gli operai si ricorderanno delle sue parole. A questo punto Rudolf Steiner ha ripreso la parola.

Parole conclusive di Rudolf Steiner: Gentili ascoltatori, la discussione tutto sommato non ha prodotto niente di essenziale in riferimento a ciò che ho detto, e perciò non avrò bisogno di trattenervi ancora a lungo per questa conclusione. Prima di tutto però desidero rispondere alla domanda diretta che mi è stata posta alla fine, e cioè come mai sono ricorso a tanti elementi sovversivi nella mia conferenza. Bene, non voglio davvero farmi coinvolgere in una discussione con l’egregio signore che ha formulato questa domanda, se sia vero che io, poiché si dice che sono un filosofo, sia autorizzato a dire solo cose incomprensibili, non sovversive, dunque frasi fatte – non è questo che m’importa. Ma quello che mi ha davvero stupito, molto stupito, è che in riferimento a quanto ho detto si sia usata la parola sovversivo. (Applauso). Sono infatti certo di non aver pronunciato una sola parola che non nasca dalle mie convinzioni circa la verità e dalla mia visione della situazione attuale. (Applausi). Che cos’è sovversivo? Vedete, è sovversivo quando un ultraconservatore ascolta, faccio per dire, le parole molto moderate di un uomo di sinistra? Come mai costui parla in modo sovversivo per l’ultraconservatore? Ma non può farci niente. Le sue parole assumono questa connotazione solo nell’interpretazione dell’ultraconservatore. (Applausi fragorosi). Vedete quindi che ciò che uno considera demagogico non lo è necessariamente anche per l’altro. Spesso ciò che a uno risulta molto sgradevole lo definisce demagogico. (Applausi). Ora, vedete, vi ha parlato anche il vostro direttore tecnico. Diciamo pure che se tutti quelli che si trovano nelle stesse condizioni del vostro stimato direttore tecnico parlassero come lui, allora – allora cari ascoltatori raggiungeremmo presto quello che vogliamo raggiungere. (Applausi fragorosi). Se fossero in molti a pensarla così, pochi avrebbero bisogno di dire che con parole come le mie, che vogliono dire la verità e non vogliono creare nessuna divisione – che con parole come queste si rende la frattura ancora più grande. Ma, gentili ascoltatori, dall’altra parte dell’abisso, sulla destra, ci sono anche persone completamente diverse dal vostro stimato direttore tecnico che si è rivolto a voi, persone che parlano in modo ben diverso dal suo. Fra lui e noi non ci sarà una grande frattura. Forse la frattura comparirà là dove anche lui si trovi di più dall’altra parte. Mi pare che si possa ben capire quello che ho detto sul destino di certe persone che compiono un lavoro mentale. Vedete, è stato possibile fare esperienze varie per chi ha partecipato da vicino alla recente evoluzione dell’umanità. Si poteva ad esempio fare questa esperienza: molti anni fa, almeno 27 o 28, ho partecipato a un’assemblea in cui ha parlato Paul Singer. Alcuni proletari hanno fatto notare che loro non valutavano il lavoro intellettuale alla stessa stregua di quello fisico. Avreste dovuto sentire Paul Singer prendere le difese del lavoro mentale, sostenuto dalla grande maggioranza dei presenti. Io non ho mai visto i proletari disconoscere il lavoro intellettuale. Non ho affatto parlato di un abisso fra lavoro fisico e lavoro intellettuale, ho parlato dell’abisso fra il proletariato, col suo lavoro umano, e il capitalismo. (Applausi). Su questa faccenda dobbiamo solo intenderci bene. E sia ben chiaro, discorsi come quello che abbiamo sentito fare dal vostro stimato direttore con grande gioia mia – perlomeno mia ma di certo anche vostra (Applausi) – quei discorsi non li sentiamo per ora facilmente dall’altra parte. Non sarà così facile trovare gli uomini a cui poter stringere la mano. E ancora una cosa per finire: certo, io dico delle cose che in un certo senso rendono necessario agire per certi versi con rapidità.

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Capisco molto bene, dato che io stesso sono uno scienziato, le parole dello stimato oratore precedente quando dice: lo sviluppo deve procedere lentamente, bisogna avere pazienza, bisogna saper aspettare. Trent’anni fa i matematici hanno scoperto delle cose che solo oggi vengono riconosciute. Già, cari ascoltatori, ed ora mi rivolgo anche al vostro da me molto stimato direttore tecnico: oggi nella vita sociale vi sono delle cose rispetto alle quali non possiamo aspettare, ma di fronte alle quali siamo costretti ad aprire un poco le nostre menti per renderle capaci di una rapida comprensione. Per questo mi ha fatto più piacere quanto segue che non il sottolineare la lentezza. Ho tenuto conferenze sulle questioni sociali nelle più svariate città della Svizzera; ho capito che a tutta prima chi non segue il solito programma non ispira fiducia. A Basilea degli amici si sono adoperati per convincere la presidenza del partito socialista a farmi tenere una conferenza nella sua cerchia. La presidenza – non bisogna aversene a male, me ne rendo conto, anche oggi ho parlato di sfiducia giustificata – la presidenza, forse perché non voleva rispondermi con un rifiuto, si è rifugiata in una questione di principio e ha detto che non era sicura se fosse auspicabile far giungere influenze estranee ai membri del partito. (Udite, udite!). La mia conferenza è quindi stata rifiutata. In questo momento sembra essere questa l’opinione di alcuni capi, per cui si è tirata la conclusione che neanch’io dovessi parlare. Allora è venuto da me un socialdemocratico e mi ha detto che voleva fare in modo di farmi tenere una conferenza all’associazione dei ferrovieri. Sono stato respinto anche lì. Poi ho tenuto una conferenza a Zurigo, dopo di che abbiamo distribuito volantini a Basilea, li abbiamo distribuiti per strada e abbiamo affittato la sala più grande della città per una conferenza sul sociale, e ho potuto tenere questa conferenza davanti a più di 2.500 persone. Vedete, questo è successo poco tempo fa. E poco prima di venir qui ho ricevuto un invito da un’associazione di ferrovieri, che prima non mi aveva voluto: dopo aver tenuto questa conferenza davanti al proletariato di Basilea, ho ricevuto un invito per tenere una conferenza anche ai membri di questa associazione. Fra i due episodi sono trascorsi quattordici giorni, prima l’associazione rifiuta, poi, quando sa che cosa avrei detto, vuole anche lei la sua conferenza. Uno sviluppo rapido, un cambiamento avvenuto in due settimane. Oggi credo che si debba dar più peso a un pensiero veloce come questo, che si sviluppa in due settimane, che a quello che vi dice che le cose devono andare lentamente. Oggi voglio rallegrarmi ben di più per chi vuol far valere subito la propria volontà libera, ma che vuole imparare, e imparare alla svelta. Stiamo andando verso un’epoca, cari ascoltatori, che sarà terribile se vorremo abituarci alla lentezza. (Applausi). Abbiamo bisogno di un sano impulso che generi pensieri che vanno tanto veloci quanto i fatti. È questo che oggi vogliamo scriverci nell’anima. So che lo stimato oratore non intendeva andar piano per comodità, ma ci sono altre persone che se la prendono comoda. Ma chi oggi ha intenzioni serie, sa quanto velocemente dovrà avvenire il cambiamento sia nel modo di pensare che in quello di agire se non vogliamo restare indietro e finire nella miseria e nella distruzione.

Il Coraggio della Libertà - Rudolf Steiner