CAPIRE IL KARMA – STEINER – Il cammino dell’uomo di vita in vita

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Rudolf Steiner

CAPIRE IL KARMA, AMARE LA PROVVIDENZA

Il cammino dell’uomo di vita in vita

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I. Reincarnazione e karma: le loro conseguenze per la vita e i rapporti umani

Stoccarda, 20 febbraio 1912

II. Reincarnazione e karma: i loro effetti sulla civiltà attuale

Stoccarda, 21 febbraio 1912

III. Reincarnazione e karma: un maggior senso di responsabilità nei confronti della Terra e dell’uomo

Berlino, 5 marzo 1912

Rudolf Steiner

CAPIRE IL KARMA, AMARE LA PROVVIDENZA

Il cammino dell’uomo di vita in vita

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I. Reincarnazione e karma: le loro conseguenze per la vita e i rapporti umani

Stoccarda, 20 febbraio 1912

II. Reincarnazione e karma: i loro effetti sulla civiltà attuale

Stoccarda, 21 febbraio 1912

III. Reincarnazione e karma: un maggior senso di responsabilità nei confronti della Terra e dell’uomo

Berlino, 5 marzo 1912

I. Reincarnazione e karma: le loro conseguenze per la vita e i rapporti umani

Stoccarda, 20 febbraio 1912

Se osserviamo la vita così come si svolge intorno a noi, nel modo in cui per così dire getta le sue onde nella nostra interiorità, in tutto ciò che proviamo durante la nostra esistenza terrena, in tutto ciò che ci fa soffrire o gioire possiamo riscontrare svariati gruppi o tipi particolari di esperienze. Se concentriamo maggiormente l’attenzione su noi stessi, sulle nostre capacità e i nostri talenti, scopriamo di poterci dire, quando una cosa o l’altra ci riesce: bene, dato che siamo questa o quella persona, è del tutto naturale e ovvio che questo o quello non poteva che riuscirci. Possiamo però anche capire, nel contesto del nostro essere, determinati insuccessi che ci hanno colpiti, forse proprio ciò che dobbiamo definire sfortuna e sventura perché non ci è riuscito. Forse in questi casi non riusciremo sempre a indicare con precisione il nesso esistente fra questo o quell’insuccesso e la nostra incapacità in una direzione o nell’altra. Ma se in generale dobbiamo dirci: in questa esistenza terrena sei stato sotto molti aspetti un soggetto sventato, pertanto puoi ben capire che forse ti sei “meritato” questo o quell’insuccesso – allora forse non potremo scorgere la relazione diretta fra insuccesso e incapacità, ma in genere troveremo comprensibile che se siamo stati sventati non tutto poteva andare liscio come l’olio. In base a ciò che ho appena detto potete pensare che potremmo riconoscere una specie di rapporto causale con ciò che si è dovuto verificare per via delle nostre capacità o incapacità.

Ma nella vita ci sono molte cose in cui, anche se ci mettiamo all’opera scrupolosamente, non siamo in grado di porre in relazione con le nostre capacità o incapacità ciò che ci riesce o non ci riesce, cose in cui ci rimane per così dire imperscrutabile il modo in cui siamo colpevoli o meritevoli di questo o di quello. In breve, se osserviamo più a fondo la nostra vita interiore, saremo in grado di distinguere due gruppi di esperienze: da una parte c’è quello in cui siamo coscienti delle cause dei nostri successi e dei nostri fallimenti; dall’altra tutto ciò in cui non riusciamo a scorgere questa relazione. Gli eventi del secondo gruppo ci appariranno più o meno come “caso”: è per caso che una cosa ci va male mentre un’altra ci riesce. Vogliamo inizialmente notare che nella vita abbiamo una sufficiente quantità di questo secondo gruppo di fatti ed esperienze, per poi dirigere la nostra attenzione su di esso. Se poi concentriamo la nostra attenzione non su noi stessi, come abbiamo fatto or ora, ma sul nostro destino esteriore, dovremo considerare due gruppi di fatti anche a proposito della vita esteriore.




 

Possiamo osservare quei casi in cui ci accorgiamo che, rispetto agli avvenimenti che ci capitano – non a cose quindi che abbiamo intrapreso personalmente –, siamo stati noi stessi la causa di certe cose, ne siamo in un certo senso responsabili. Ma a proposito di un altro gruppo tenderemo a dire: non vediamo la relazione con ciò che volevamo, con ciò che ci eravamo proposti. Si tratta di quegli eventi di cui si afferma che siano entrati nella nostra vita per un “caso” che apparentemente non ha nessun rapporto con ciò che abbiamo provocato noi stessi. È questo secondo gruppo che vogliamo esaminare in rapporto alla vita interiore, gli avvenimenti cioè che non ci sembrano aver direttamente a che fare con le nostre capacità e incapacità; eventi esteriori che noi definiamo “casuali”, che fin dall’inizio non riusciamo a considerare come provocati da qualcosa di precedente.

A titolo di prova si potrebbe fare una specie di esperimento con questi due gruppi di esperienze. Un esperimento non è qualcosa di vincolante. Si faccia una volta la prova di ciò che sto per dire, di ciò che sto per descrivere. Possiamo effettuare questo esperimento immaginandoci come sarebbe se potessimo costruire coi nostri pensieri una specie di uomo artificiale, se escogitassimo un uomo concettuale artificiale del quale poter dire: proprio quelle cose di cui non vediamo il nesso con le nostre capacità sono tali per cui dotiamo quest’uomo immaginario delle qualità e dei talenti che hanno causato queste cose incomprensibili. Un uomo tale che gli debba riuscire o non riuscire tutto ciò che non possiamo attribuire alle nostre capacità o incapacità. Ce lo immaginiamo quindi come un uomo che causi arbitrariamente, del tutto intenzionalmente le cose che sembrano essere entrate per caso nella nostra vita.

Lo si può spiegare partendo da esempi semplici. Supponiamo che ci sia caduta una tegola su una spalla e che ci abbia feriti. In un primo momento tenderemo a dirci che si tratta di un caso. Ma costruiamo coi pensieri un uomo artificiale – dapprima a titolo di prova, come esperimento – che faccia questa cosa strana: un uomo che salga sul tetto e ne stacchi una tegola, ma in modo che essa resti ancora un po’ appoggiata. Poi quest’uomo artificiale scenderà rapidamente dal tetto, così che nel momento in cui la tegola si stacca gli cada proprio sulla spalla! Facciamo così con tutti gli eventi che ci sembrano entrati “casualmente” nella nostra vita. Costruiamo un uomo artificiale che provochi volutamente tutte quelle cose che nella vita normale non riusciamo a vedere in relazione con noi. Così facendo potremmo in un primo tempo avere la sensazione che si tratti di un semplice gioco mentale. Il fatto di metterlo in atto non ci vincola per niente, eppure eseguendolo emerge una cosa strana: una volta immaginato un uomo tale e dotatolo delle qualità descritte, questi eserciterà su di noi un’impressione molto particolare. Non riusciremo più a liberarci dall’immagine dell’uomo che ci siamo costruiti, nonostante sia apparentemente così artificiale! Questa immagine ci affascina, ci dà l’impressione di avere qualcosa a che fare con noi. A questo basta già la sensazione che si prova nei confronti dell’uomo concettuale artificiale: se ci immergiamo davvero profondamente in questa immagine non ce ne libereremo più.

Nel nostro animo si forma un singolare processo, un processo interiore che l’uomo attraversa in ogni istante, un processo paragonabile a quanto segue: possiamo pensare a una qualunque cosa, prendere una decisione. A questo scopo abbiamo bisogno di qualcosa che una volta sapevamo e impieghiamo tutti gli strumenti artificiali possibili per ricordarci di ciò che sapevamo. In questo sforzo di richiamare alla memoria qualcosa che ci è sfuggito compiamo ovviamente un vissuto dell’animo: il “ricordarci”, come lo chiamiamo nella vita normale. E tutti i pensieri di cui ci serviamo per ricordarci di qualcosa sono pensieri ausiliari. Provate almeno una volta a pensare con che frequenza dovete usare questi pensieri ausiliari, che poi lasciate perdere di nuovo, per giungere a ciò che volete ricordare. Questi pensieri ausiliari hanno la funzione di aprire la strada a ciò che dev’essere ricordato, a ciò che ci serve in quel preciso momento. L’uomo fatto di pensieri che abbiamo descritto è esattamente come un processo ausiliare, solo molto più vasto. Non ci abbandona più, lavora in noi così da farci dire: è qualcosa che alberga dentro di noi come un pensiero, qualcosa che continua ad agire, che si trasforma dentro di noi, che si trasforma nell’idea, nel pensiero che ora sorge come qualcosa che ci viene in mente quando ci ricordiamo nel normale processo mnemonico, che sorge come qualcosa che ci sopraffà. Come se qualcosa dicesse: lui non può rimanere così, cambia qualcosa in te, sviluppa vita, diventa qualcosa di diverso. Si impone. Fate questo esperimento! Si impone al punto di dirci: sì, è qualcosa che ha a che fare con un’esistenza diversa da quella che stai conducendo ora sulla Terra.

Una specie di coscienza di un’altra esistenza terrena – sicuramente compare questo pensiero. È più una sensazione che un pensiero, un’impressione, ma come se ciò che si manifesta nell’animo lo sentissimo come ciò che eravamo in un’incarnazione precedente. Se la osserviamo come un tutto, la scienza dello spirito non è semplicemente una somma di teorie, di trasmissioni di fatti oggettivi, ma ci fornisce direttive e istruzioni su come ottenere questa o quella cosa. La scienza dello spirito dice: verrai condotto a ricordarti sempre più facilmente, se tu fai questo o quello. Si può anche dire – e questo è assolutamente tratto dal campo dell’esperienza: se vai avanti così otterrai un’impressione interiore, un’impressione emotiva dell’uomo che sei stato una volta. Giungiamo a quella che si potrebbe chiamare una dilatazione della memoria. Inizialmente quello che ci si apre è solo un fatto mentale, finché costruiamo l’uomo concettuale sopra descritto. Ma quell’uomo fatto di pensieri non rimane tale. Si trasforma in sensazioni, in impressioni, e mentre ciò avviene sappiamo che nelle sensazioni che proviamo abbiamo qualcosa che ha a che fare con la nostra incarnazione precedente. La nostra memoria si espande fino alla nostra incarnazione precedente.

In questa incarnazione ci ricordiamo di cose che accompagnamo coi nostri pensieri. Voi tutti sapete che ci si ricorda con relativa facilità delle cose in cui sono stati coinvolti i nostri pensieri. Nella vita normale però ciò che è stato coinvolto nella nostra sensibilità non resta vivo così facilmente. Se provate a ripensare a ciò che vi ha procurato grande sofferenza dieci o vent’anni fa, vi ricorderete facilmente dell’idea, di ciò che ha avuto luogo, farete ritorno alle vostre rappresentazioni. Non riuscirete invece a rievocare una sensazione vivace del dolore provato allora. Il dolore sbiadisce, il suo ricordo si riversa nella nostra rappresentazione. Quella descritta appena adesso è una memoria dell’animo, una memoria emotiva. E in effetti è così che sentiamo la nostra incarnazione precedente, emerge quello che possiamo chiamare ricordo di incarnazioni precedenti. Ciò che è portatore del ricordo delle incarnazioni precedenti non può venir considerato come qualcosa che interviene nell’attuale incarnazione. Pensate un po’ a come le nostre rappresentazioni sono intimamente connesse con l’espressione delle rappresentazioni – con la nostra lingua. Il linguaggio è il mondo delle rappresentazioni personificato. E ogni uomo deve riapprendere la lingua in ogni singola vita. Da bambino il più grande linguista o filologo deve imparare faticosamente la propria lingua madre. Non è ancora successo che un ginnasiale abbia imparato facilmente il greco perché si è rapidamente ricordato del greco che parlava nelle sue precedenti incarnazioni!

Il poeta Hebbel ha abbozzato con alcuni pensieri il progetto di un dramma che aveva intenzione di scrivere. Peccato che non l’abbia fatto, sarebbe stata un’opera molto interessante. La trama era concepita in questo modo: il Platone redivivo come studente del ginnasio prende il voto peggiore nell’interrogazione sul vecchio Platone! Peccato che il progetto di Hebbel non sia stato eseguito. Non dobbiamo pensare unicamente al fatto che gli insegnanti siano in parte pedanti ecc. Sappiamo che questi appunti di Hebbel si basano sul fatto che i pensieri che hanno luogo anche nell’esperienza immediata sono più o meno direttamente limitati all’incarnazione attuale. E, come abbiamo accennato, la prima impressione dell’incarnazione precedente si manifesta immediatamente come memoria emotiva, come un nuovo tipo di memoria. L’impressione che ricaviamo dall’uomo concettuale che ci siamo costruiti è più una sensazione, ma del tipo per cui si capisce che l’impressione proviene da un “tale” che è esistito una volta e che ero io stesso. La prima impressione dell’incarnazione precedente è una specie di sensazione mnemonica. La costruzione dell’uomo pensato che abbiamo descritto è solo uno strumento per fornirci una prova: questo strumento si trasforma in un’impressione dell’animo o emotiva. Chiunque si avvicini alla scienza dello spirito ha più o meno l’occasione di compiere facilmente ciò che abbiamo descritto. E così facendo vedrà che dentro di lui si formerà davvero un’impressione che – tanto per usare un altro esempio – potrebbe definire in questo modo: una volta ho visto un paesaggio, non mi ricordo più che aspetto aveva, ma mi è piaciuto! Se è accaduto in questa vita, il paesaggio non produrrà più un’impressione emotiva molto vivace, ma se l’impressione proviene da un’incarnazione precedente produrrà un’impressione emotiva particolarmente intensa. Possiamo interpretare un’impressione particolarmente intensa come un’impressione emotiva della nostra incarnazione precedente.

E se osserveremo obiettivamente le impressioni descritte, otterremo a volte una sensazione amara o dolceamara di ciò che emerge come trasforazione dell’uomo concettuale. Questa sensazione dolceamara o di altro tipo è l’impressione che ci dà la nostra incarnazione precedente. È una sorta di impressione emotiva o dell’animo. In questo modo ho cercato di richiamare la vostra attenzione su ciò che può far sì che in ogni uomo sorga una specie di certezza immediata di essere esistito in vite precedenti. Una certezza per il fatto che si procura la sensazione di avere delle impressioni d’animo o emotive che sa di non aver acquisito durante questa vita. Impressioni che però nascono come sorgono i ricordi nella vita normale. A questo punto ci si può chiedere: come si fa a sapere che l’impressione che si ha è un ricordo? Vedete, non è possibile dimostrarlo, ma ci troviamo in presenza della stessa circostanza che incontriamo anche nella vita quando ci ricordiamo di qualcosa e siamo sani di mente. In quelle occasioni sappiamo che ciò che si manifesta nel pensiero si riferisce realmente a qualcosa che abbiamo vissuto. È l’esperienza stessa a darci la certezza. Quello che immaginiamo ci dà la certezza che l’impressione emersa nell’animo si riferisca a qualcosa con cui abbiamo avuto a che fare non in questa vita, ma in quella precedente. Ecco allora che abbiamo evocato in noi artificialmente qualcosa che ci mette in relazione con la nostra vita precedente.

Possiamo prendere altri tipi di esperienze interiori fatte “a titolo di prova”, continuando a ridestare in noi qualcosa di simile a sensazioni di vite precedenti. Possiamo suddividere in gruppi in un altro modo e sotto un altro aspetto ancora le esperienze che facciamo nella vita. Da un lato possiamo mettere in un gruppo le esperienze di sofferenza, dolore, ostacolo; dall’altro possiamo raggruppare ciò che ci è venuto a coscienza come aiuto, gioia, piacere e così via. A questo punto possiamo fare di nuovo una prova e dirci: sì, abbiamo provato questi dolori, queste sofferenze. Per come siamo in questa nostra incarnazione, per come si svolge la vita normale, i nostri dolori e le nostre sofferenze sono qualcosa di fatale, qualcosa che sotto un certo aspetto ci piacerebbe allontanare da noi. Proviamo per una volta a non farlo! Supponiamo di essere stati noi stessi, per un motivo qualsiasi, a procurarci questi dolori, sofferenze e ostacoli attraverso queste vite precedenti. Infatti se davvero esistono, per via di ciò che abbiamo combinato siamo diventati in un certo modo più imperfetti. Tramite la successione delle incarnazioni diventiamo non solo più perfetti, ma in un certo modo anche più imperfetti. Non siamo forse più imperfetti di prima dopo aver insultato o danneggiato qualcuno? Non solo abbiamo inferto qualcosa a questa persona, ma abbiamo tolto qualcosa a noi stessi. La nostra personalità complessiva varrebbe di più se non l’avessimo fatto. Abbiamo già commesso molte di queste cose che, proprio per il fatto di essere state compiute, determinano la nostra imperfezione.

Se abbiamo fatto un torto a qualcuno e vogliamo recuperare il valore che avevamo prima, cosa dovrà accadere? Dobbiamo pareggiare il torto, dobbiamo mettere al mondo un’azione che lo compensi, dobbiamo escogitare il modo che per così dire ci costringa a superare qualcosa. E se riflettiamo in quest’ottica sui nostri dolori e sulle nostre sofferenze, possiamo dire tranquillamente: quando superiamo i nostri dolori e le nostre sofferenze, superiamo anche le nostre imperfezioni. I dolori sono in grado di farci guadagnare in forza, possiamo diventare più perfetti attraverso le sofferenze. Nella vita normale non la pensiamo così, tendiamo piuttosto ad assumere un atteggiamento di rifiuto nei confronti delle sofferenze. Possiamo però dire: nella vita ogni dolore, ogni sofferenza, ogni ostacolo deve ricordarci che abbiamo dentro di noi un uomo più saggio di noi. Consideriamo per un po’ come meno saggio l’uomo che siamo adesso, anche se ci rappresenta la nostra coscienza. Assopito al fondo della nostra anima ne abbiamo uno più saggio. Con la nostra coscienza ordinaria assumiamo un atteggiamento di rifiuto nei confronti dei dolori e delle sofferenze, ma l’essere più saggio ci conduce, in opposizione alla nostra coscienza, verso questi dolori poiché superandoli possiamo liberarci di qualcosa.

Ci porta a questi dolori e sofferenze, ci esorta a farne l’esperienza. Può darsi che inizialmente questo pensiero ci risulti difficile, ma non ci obbliga a niente, possiamo metterlo in atto solo a titolo di prova. Possiamo dire: dentro di noi c’è un essere più saggio che ci porta a fare l’esperienza del dolore e della sofferenza, qualcosa che a livello cosciente preferiremmo evitare. Pensiamo che si tratti del Saggio dentro di noi. In tal modo giungiamo al risultato, per alcuni sgradevole, che il Saggio dentro di noi ci conduce sempre alle cose che non ci piacciono. Supponiamo dunque per una volta che sia questo “essere più saggio” dentro di noi che ci porta verso le situazioni a noi sgradite, allo scopo di farci progredire. E facciamo anche un’altra cosa. Prendiamo le nostre gioie, i nostri successi, ciò che ci ha procurato piacere e diciamoci, a titolo di prova: come sarebbe se ti immaginassi, indipendentemente da come stanno le cose in realtà, di non esserti affatto meritato i tuoi piaceri, le tue gioie, tutto ciò che ti ha favorito, ma che essi ti siano arrivati per grazia delle potenze spirituali superiori?

Non occorre che sia così per tutto, ma vogliamo provare a ipotizzare che sia stato il Saggio a procurarci tutti i dolori e le sofferenze, perché ci rendiamo conto di averne bisogno a causa delle nostre imperfezioni, di cui ci possiamo liberare solo attraverso i dolori e le sofferenze. E poi l’opposto: ci attribuiamo le gioie non come se fossero un merito nostro, ma come se ci fossero state regalate dalle potenze spirituali. Per certe persone vanagloriose un simile pensiero può essere una pillola amara da ingoiare. Eppure se si è capaci di farsene una rappresentazione intensa, provare a farlo porta – poiché essa a sua volta si trasforma nella misura in cui è inesatta e si rettifica da sola – alla sensazione fondamentale che in noi viva qualcosa che non ha niente a che vedere con la coscienza ordinaria, qualcosa di effettivamente più profondo di quanto abbiamo sperimentato coscientemente in questa vita. C’è quindi in noi “un uomo più saggio” che si rivolge volentieri alle potenze divinospirituali che sono all’opera nel mondo. La vita interiore acquisisce allora la certezza che dietro l’individualità esteriore ve ne sia una interiore, superiore. Grazie a questi esercizi di pensiero prendiamo coscienza del nucleo spirituale eterno dell’uomo. Si tratta di qualcosa di estremamente importante. Abbiamo nuovamente qualcosa di cui siamo in grado di dire: possiamo farlo! La scienza dello spirito può essere sotto ogni aspetto una guida, non solo per sapere qualcosa sull’esistenza di un altro mondo, ma per vivere come chi appartiene a un altro mondo, per sentirsi un’individualità che attraversa successive incarnazioni.




C’è anche un terzo tipo di esperienze, di cui comunque è più difficile servirsi per giungere veramente a una specie di esperienza interiore del karma e della reincarnazione. Ma per quanto lungo e difficile, quello che sto per dirvi può a sua volta essere applicato a titolo di prova. E se lo si proverà onestamente nella vita esteriore risulterà – dapprima come probabilità, se si riesce a crederci, ma poi come certezza sempre più grande – che la nostra vita presente è davvero collegata nel modo indicato a quella precedente. Supponiamo di vivere la nostra vita nell’arco di tempo fra la nascita e la morte e di mettere in chiaro una buona volta che se abbiamo già raggiunto o superato, diciamo, i trent’anni – vedremo che anche per chi non c’è ancora arrivato vi saranno in seguito esperienze corrispondenti –, e di riflettere su come proprio intorno ai trent’anni nel mondo esterno abbiamo incontrato queste o quelle persone. Tra i trenta e i quarant’anni abbiamo incontrato persone del mondo esterno nelle più svariate situazioni di vita. Bene, ora emerge che i rapporti che abbiamo instaurato in quegli anni ci appaiono realizzati in una condizione di piena maturità per noi uomini. Questo ci dice la nostra riflessione. Ma una riflessione scaturita dai principi, dalle conoscenze della scienza dello spirito può portarci a ritenere giusto ciò che vi sto dicendo non solo come mia considerazione, ma come risultato della ricerca scientificospirituale. Quello che sto per dire non è semplicemente escogitato, frutto di pensiero logico, ma è stato appurato da una ricerca scientifico-spirituale. Il pensiero logico è poi in grado di convalidare i fatti e di trovarli sensati.

Se riflettiamo su certe cose che abbiamo imparato, per esempio sul modo in cui emergono le singole componenti umane∗ nel corso della vita – sappiamo che a sette anni nasce il “corpo eterico”, a quattordici il “corpo astrale”, a ventuno “l’anima senziente”, a ventotto “l’anima razionale” e a trentacinque “l’anima cosciente” –, se consideriamo tutto questo possiamo dire: fra i trenta e i quarant’anni abbiamo a che fare con la formazione dell’anima razionale e dell’anima cosciente. L’anima razionale e quella cosciente rappresentano quelle forze della natura umana che più di tutte ci mettono in relazione con il mondo fisico esterno, poiché hanno la funzione di manifestarsi soprattutto nell’età in cui siamo maggiormente in interazione con questo mondo. ∗ Come ogni scienza, anche la scienza dello spirito ha bisogno di una terminologia. Rudolf Steiner ha spesso sottolineato che non sono i termini, le parole ad essere importanti, bensì le cose da esse designate. Per quanto riguarda l’uomo, la triade corpoanima-spirito viene suddivisa ancora in tre parti: ci sono tre tipi di corpo (il corpo minerale o fisico, quello vitale o eterico, quello animico o astrale), tre energie dell’anima (anima senziente, anima razionale e anima cosciente, a seconda che predomini il volere, il sentire o il pensare), e tre archetipi dello spirito (che Rudolf Steiner chiama sé spirituale, spirito vitale e uomo spirituale).

Nella prima infanzia vengono configurate le forze del nostro corpo fisico, a partire da ciò che è ancora direttamente racchiuso in noi. Tutte le forze di cui l’uomo si è appropriato nelle incarnazioni precedenti, ciò che ha attraversato con noi le porte della morte, le energie spirituali che abbiamo accumulato e che ci portiamo dietro dalla vita precedente, tutto ciò contribuisce alla costruzione del nostro corpo fisico. Continua ad agire sul corpo in maniera invisibile dall’interno. A mano a mano però che l’età avanza, questa azione dall’interno si riduce sempre più e si avvicina l’età della vita in cui le antiche forze hanno concluso il loro lavoro sul corpo. E viene il tempo in cui ci troviamo di fronte al mondo con un organismo completo. Ciò che portiamo nella nostra interiorità ha conferito la propria impronta al nostro corpo esterno. Intorno ai trent’anni – può anche essere un po’ prima o un po’ dopo – affrontiamo il mondo nel modo più fisico possibile. La nostra relazione col mondo è tale per cui ci sentiamo in piena sintonia con il piano fisico. Se a questo punto crediamo di possedere la massima chiarezza da un punto di vista fisico esterno sulle condizioni in cui ci troviamo, ci tocca dire: queste condizioni di vita in cui viviamo sono quelle che per questa incarnazione hanno meno a che fare con ciò che agisce dentro di noi fin dalla nascita. Possiamo tuttavia supporre che non sia dovuto al caso che intorno ai trent’anni incontriamo persone che devono comparire nel nostro ambiente proprio allora.

Possiamo anzi supporre che anche lì sia all’opera il nostro karma, che anche queste persone abbiano qualcosa a che fare con una delle nostre precedenti incarnazioni. E i fatti scientifico-spirituali che sono stati indagati in diversi modi mostrano che le persone che incontriamo intorno ai trent’anni sono state collegate con noi nelle incarnazioni precedenti – molto spesso ciò si manifesta alla ricerca scientifico-spirituale – in modo tale che perlopiù siamo stati in relazione con loro all’inizio dell’incarnazione immediatamente precedente, o di una prima ancora, come genitori o fratelli. Questo fatto appare dapprima strano e sorprendente. Non dev’essere per forza così, ma molti casi mostrano alla ricerca scientifico-spirituale che è proprio così, che effettivamente i nostri genitori, le persone che sono state al nostro fianco al punto di partenza della nostra vita precedente, che ci hanno inseriti nel piano fisico, da cui ci siamo poi allontanati crescendo, sono karmicamente congiunti con noi in modo tale che non li incontriamo di nuovo nell’infanzia, ma una volta usciti completamente sul piano fisico. Non dev’essere sempre così, dato che l’indagine scientifico-spirituale mostra molto spesso che solo in un’incarnazione successiva incontreremo come genitori, fratelli o congiunti le persone con cui ci siamo trovati in questa incarnazione intorno ai trent’anni. Le conoscenze fatte intorno ai trent’anni in una determinata incarnazione possono presentarsi in modo che le persone in questione abbiano con noi un legame di consanguineità nella vita precedente o in una successiva. È pertanto utile dirci: le personalità che la vita ti ha fatto incontrare intorno ai trent’anni erano con te come genitori o fratelli in un’incarnazione precedente, oppure puoi presumere che lo saranno in una delle tue prossime incarnazioni. Vale anche il contrario: se osserviamo quelle persone che scegliamo nel modo meno arbitrario, non con le forze esteriori adeguate al piano fisico – cioè i genitori e i fratelli con cui ci siamo incontrati all’inizio della nostra vita –, se li osserviamo arriviamo spesso a dire di aver scelto arbitrariamente, con le nostre forze, intorno ai trent’anni e in un’altra incarnazione, proprio le persone che ci hanno accompagnati nella vita a partire dall’infanzia.

In altre parole, scopriamo di aver scelto a metà della nostra vita precedente quelle persone che ora sono diventate i nostri genitori e i nostri fratelli. Emerge stranamente un fatto particolarmente interessante, e cioè che nelle incarnazioni che si susseguono le cose non stanno così da ripresentarci lo stesso tipo di rapporto con le personalità che incontriamo, né le incontriamo sempre alla stessa età. E non avviene neanche l’opposto: non sono le personalità che incontriamo alla fine della vita ad essere in relazione con l’inizio della nostra esistenza in un’altra incarnazione, bensì quelle che incontriamo nel tratto centrale della nostra vita. Quindi né le personalità che incontriamo all’inizio della vita né quelle che incontriamo alla fine, ma quelle con cui entriamo in contatto a metà della nostra esistenza erano nostri parenti all’inizio di una precedente incarnazione. Coloro che erano con noi all’inizio di quell’altra esistenza li incontriamo di nuovo “nel mezzo del cammin di nostra vita”. E quelli che adesso ci stanno intorno all’inizio di questa vita possiamo presumere di incontrarli a metà di una prossima incarnazione, di modo che diventino nostri compagni di vita liberamente scelti. Così singolari sono i nessi karmici!

Le cose che vi ho detto adesso sono risultati della ricerca scientifico-spirituale. Vi ho però già fatto notare che se si osservano le connessioni interne fra l’inizio di un’incarnazione e la metà di un’altra nel modo indicato dalla ricerca scientifico-spirituale, ci si rende conto che non si tratta di qualcosa di insensato o inutile. D’altro canto grazie a queste cose, se ci vengono presentate e noi ci rapportiamo ad esse in modo ragionevole, la vita diventa chiara e comprensibile. Lo diventa se non ci limitiamo ad accettare tutto in modo ottuso, per non dire “stupido”; se vogliamo davvero capire le cose che ci capitano nella vita, vederle in modo da rendere concreti i rapporti, che non diventano del tutto trasparenti e comprensibili finché si parla di karma solo in astratto, in generale. È utile riflettere su questo: come mai a metà della nostra vita veniamo letteralmente spinti dal karma, apparentemente con tutta la facoltà intellettuale, a fare questa o quella conoscenza di cui possiamo dire: non sembra essere stata fatta liberamente, oggettivamente. Dipende appunto dal fatto che queste personalità erano imparentate con noi nella vita precedente e adesso ci incontrano in base al nostro karma, perché abbiamo qualcosa da fare con loro. Se applichiamo ogni volta queste considerazioni allo svolgimento della nostra vita, vedremo che le apporteremo davvero una luce maggiore. Anche se ci sbagliamo una volta, e persino dieci, con qualcuno che incontriamo nella vita prima o poi ci azzeccheremo.

E se a partire da queste considerazioni diciamo: questa persona l’abbiamo già incontrata qui o là –, questo pensiero è qualcosa che ci guida verso altre cose di cui altrimenti non ci saremmo mai accorti e che con il loro coincidere procurano una sempre maggiore convinzione dell’esattezza dei singoli fatti. I nessi karmici non possono essere capiti di colpo. Le massime conoscenze della vita – quelle più importanti che illuminano la nostra esistenza – vanno conquistate lentamente e con gradualità. Agli esseri umani non piace credere a questa affermazione. È più facile credere di poter scoprire in un lampo di essere stati insieme a questa o a quella persona in una vita precedente o di essere stati noi stessi questa o quella. Forse è scomodo pensare che si tratti di conoscenze acquisite lentamente, ma è proprio così. Anche quando crediamo già che potrebbe essere così dobbiamo continuare a indagare, e la nostra convinzione diventerà sempre più certa. La ricerca ci farà progredire ulteriormente anche rispetto a ciò che sembra probabile in questo ambito. Se ci abbandoniamo a un giudizio affrettato in questi campi ci muriamo l’accesso al mondo spirituale. Provate a riflettere su quanto è stato detto oggi a proposito dei rapporti nella parte centrale della nostra vita e alla loro relazione con le persone a noi vicine per sangue in una precedente incarnazione. Giungerete a pensieri quanto mai fecondi, specialmente se prenderete in considerazione anche il contenuto del mio scritto Die Erziehung des Kindes vom Gesichtspunkt der Geisteswissenschaft (L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito). Allora vedrete con chiarezza che il risultato delle vostre riflessioni è in sintonia con quanto viene detto in questo scritto. Le cose dette oggi devono essere però accompagnate da una seria esortazione: il vero ricercatore spirituale si guarda bene dal fare deduzioni teoriche. Lascia che siano i fatti a parlargli, e solo quando ci sono li passa al vaglio della logica comune. Allora non è possibile che si verifichino episodi come quello in cui mi sono imbattuto recentemente e che è tipico dell’atteggiamento odierno nei confronti della scienza dello spirito. Un signore molto intelligente – lo dico senza ironia, ammettendo senz’altro che si tratta di un uomo davvero intelligente – mi ha detto: “Quando leggo le cose scritte nel suo libro La scienza occulta nelle sue linee generali mi sembra tutto così logico, così in sintonia con i fatti che ci mostra il mondo, che devo ammettere che si potrebbe

arrivare a queste cose anche con la semplice riflessione. Queste cose non hanno bisogno di essere il risultato di una ricerca spirituale. Le cose dette in questo libro non sono soggette al dubbio, ma corrispondono alla realtà.” Ho potuto assicurare questo signore che non credo proprio che sarei giunto a questi risultati con la semplice riflessione e che, pur con tutto il rispetto per la sua intelligenza, credo che neppure lui avrebbe scoperto questi fatti per puro esercizio intellettuale. Tutto ciò che può essere trovato logico in ambito scientifico-spirituale non ha davvero potuto essere scoperto con la pura riflessione! Il fatto che una cosa sia verificabile e venga trovata comprensibile a livello logico non dovrebbe rappresentare un motivo per dubitare della sua origine scientifico-spirituale. Al contrario, mi pare che il poter riconoscere come indubbiamente giuste le affermazioni scientifico-spirituali alla luce della riflessione logica dovrebbe in qualche modo rassicurarci. Non può essere mica l’ambizione del ricercatore spirituale quella di dire cose prive di logica per far sì che gli si creda! Vedete come il ricercatore spirituale non possa sostenere di scoprire queste cose solo mediante la riflessione. Ma se si riflette sulle cose trovate col metodo d’indagine scientifico-spirituale, esse possono apparire così logiche da sembrare fin troppo logiche, fino al punto da non credere più all’origine scientifico-spirituale delle cose comunicate. Così avviene in effetti per tutte le cose di cui si dice che sono sorte sul terreno della pura ricerca scientificospirituale.

Anche se in un primo tempo ciò che ho detto oggi vi sembra grottesco, provate a riflettere logicamente sulle cose. Non lo avrei di certo dedotto col pensiero logico normale, sono stati i fatti spirituali stessi a condurmici. Ma una volta osservati possiamo affrontarli logicamente. Si vedrà allora che quanto più sottilmente e scrupolosamente si procede nell’esame, tanto più risulterà che tutto quadra. Persino per le cose di cui non si può verificare l’oggettività, dal modo in cui i vari elementi interagiscono si troverà che fanno un’impressione non solo estremamente probabile ma che rasenta la certezza – per esempio ciò che è stato detto oggi sui genitori e i fratelli di una vita e le libere amicizie nel mezzo di un’altra. E la certezza si rivela fondata soprattutto quando si verificano le cose nella vita. In certe personalità che incontriamo vediamo il nostro comportamento e quello altrui in una luce completamente diversa, se ci poniamo nei confronti di chi troviamo nel mezzo della nostra vita come se fossimo stati fratelli nell’esistenza precedente. E in tal modo la relazione sarà molto più proficua di quanto lo sarebbe se ci limitassimo ad attraversare la vita ottusamente. Possiamo allora dire che la scienza dello spirito diventerà sempre più non solo qualcosa che fornisce conoscenza e comprensione della vita, ma anche qualcosa che ci dà le istruzioni su come possiamo interpretare le relazioni della vita e renderle chiare non solo per noi, ma anche per il nostro comportamento rispetto alla vita e per il compito che siamo chiamati a svolgere in questa esistenza.

È importante non credere di rovinarci così la spontaneità del vivere. Solo le persone paurose che non hanno intenzioni serie nei confronti della vita possono credere una cosa simile. Ma a noi dev’essere ben chiaro che conoscendo in maniera più precisa la vita la rendiamo anche più fertile e più ricca di contenuto. Grazie alla scienza dello spirito, gli eventi che ci capitano devono essere visti in un’ottica che rende tutte le energie più ricche, fiduciose e promettenti di quanto non fossero prima di essere viste in questa prospettiva.




 

 




 













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