Daniela Lucangeli e la musica a scuola

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Daniela Lucangeli
Daniela Lucangeli

La Musica ha una forte influenza sul nostro organismo, ma per comprendere meglio come avvenga questo meccanismo ne abbiamo parlato con la Professoressa Daniela Lucangeli, Ordinario in Psicologia dell’educazione e dello sviluppo presso l’Università di Padova, Presidente della sezione sviluppo dell’Accademia Mondiale delle scienze Learning Disabilities (IARLD), Presidente dell’ Associazione per il coordinamento nazionale degli insegnanti specializzati e la ricerca sulle situazioni di handicap (CNIS), nonché socio di numerose associazioni scientifiche internazionali e nazionali nell’ambito delle scienze dello sviluppo.

Professoressa Lucangeli, Gardner, nel descrivere l’intelligenza musicale, scrive che “fra tutti i doni che gli individui possono avere nessuno emerge prima del talento musicale”.

Lei afferma che “nei primi giorni di vita i bambini percepiscono il linguaggio dei genitori come musica… senza ancora comprendere il significato della frase” e che “la musica influenza lo sviluppo fisico, emotivo e intellettuale di neonati e bambini e ne rafforza lo sviluppo cognitivo e sensoriale”.

Ci aiuta a capire meglio l’importanza della musica e di una sua precoce introduzione, ancor prima della nascita, anche alla luce delle finestre evolutive dei bambini teorizzate da Piaget?

Avrei voluto dire io tutte queste cose, le ho semplicemente studiate mossa dal bisogno di comprendere come aiutare i bambini, soprattutto in questo difficile periodo dove non abbiamo avuto più la possibilità del contatto dovendo rimanere a distanza.

Allora la domanda che ci siamo posti era come poter aiutare loro e chi gli sta vicino, genitori ed educatori, in base agli studi che abbiamo svolto su quella che tu hai definito intelligenza musicale. Teniamo conto che già durante la gestazione, intorno al sesto/settimo mese, è possibile verificare come il battito cardiaco, il pulsare del cuore, sia riconosciuto dal feto tanto da far sintonizzare il proprio battito cardiaco con quello della madre.

Questo tipo di studi, che di fatto sono scoppiati all’interno della psicologia dello sviluppo, non ci poteva lasciare silenti di fronte a questo, perché è come dire che durante la gestazione le strutture del cervello si organizzano per cominciare a riconoscere l’altro. Il primo senso, per quello che sappiamo fino ad adesso, ad aprire questa connessione è il tatto, ma il senso che arriva subito dopo è l’udito.

Quindi il nostro piccolo inizia a sentire e sente le vibrazioni. D’altra parte il suono non è altro che un’oscillazione che la struttura dell’orecchio capta portando queste informazioni al nostro cervello, e questo flusso di suoni sono il nostro linguaggio, il potere di comunicare ciò che sentiamo dentro, e la musica. Musica e suono non sono la stessa cosa, ma il suono è uno dei grandi organizzatori di modulazione delle strutture che a livello di sviluppo organizzano la nostra psiche.

La connessione attraverso il suono è antichissima, la voce del padre e della madre, attutite durante la gravidanza, ma anche tutto il suono del corpo materno, accompagnano il primo tempo della gestazione. Alla nascita, come dimostrato da diverse ricerche, tutti i suoni che sono riconoscibili da prima danno sicurezza al bambino, ecco che mettere il bambino cuore a cuore con la madre, o il sentire le vibrazioni delle voci riconoscibili, sono elementi organizzatori del noi che rassicurano il neonato.

Il salto dal suono alla musica è breve. Ragionando su alcune situazioni viene da chiedersi chi di noi, quando è stanco, non accende la musica per trovare una connessione profonda con le proprie emozioni, per quietarle, per movimentarle o per dargli allegria. Noi lo facciamo perché il nostro organismo sa che ci fa bene, così come quando beviamo abbiamo meno sete, oppure quando ci copriamo abbiamo meno freddo.

In pratica il nostro organismo è consapevole che la musica riesce a modularci. In alcuni incontri ho parlato di come Beethoven, sebbene sordo, sia stato in grado di comporre l’inno alla gioia.

Questo esempio ci permette di capire che questo processo così straordinario permette al nostro sistema “cervello” di codifica suoni fino all’armonia della musica e questi suoni sono l’ambiente in cui siamo costantemente immersi, dalla gestazione fino al tempo della vita che ci accompagna. Rispondendo alla tua domanda su quanto sia importante la musica dico semplicemente “tutto”.

Riprendendo il concetto della pluralità dell’intelligenza, quella musicale rappresenta una delle nostre formae mentis. Tuttavia questi domini non funzionano per compartimenti stagni, interagiscono e si influenzano a vicenda, condividendo aree comuni del cervello.

Quando parliamo delle intelligenze musicale e linguistica sono diversi gli elementi che le accomunano, tanto da ipotizzare l’esistenza di un protolinguaggio, secondo la visione olistica di Alison Wray. Se analizziamo questi due domini in chiave epigenetica troveremo degli elementi innati: vocali (parlare e cantare), gestuali (linguaggio dei segni e danza), entrambe hanno una forma scritta, e abbiamo elementi legati al territorio (vari tipi di lingue e vari generi musicali) e al tempo (evoluzione delle lingue e della musica). È corretta questa interpretazione?

Il modello delle multi intelligenze che Gardner ci propone è una delle interpretazioni possibili. Con umiltà io non parlerei di multi intelligenza, ma preferirei dire che abbiamo tantissime qualità del nostro intelligere. Ad esempio quando parliamo accompagniamo il linguaggio con movimenti delle mani e, sebbene mani e movimento non siano da sole linguaggio, nel parlare, inteso come sistema, esse sono nel linguaggio quale struttura che lo rafforza.

Questa è la mia visione di com’è nel sistema vivente la complessità delle qualità della mente. Sono sincrone, contemporanee, e sono in flusso istantaneo di reciproco mutuo apporto. Per quanto riguarda l’intelligenza musicale, rispetto a come la interpreta Gardner, tutto questo ci dice che non è possibile scinderla da una delle funzioni fondamentali che è quella del linguaggio.

Come potremmo comunicare se non avessimo evoluto nella nostra specie tutto ciò che ha permesso la realizzazione del linguaggio verbale, che sono i movimenti delle corde vocali le quali consentono di modulare aria che si trasforma in suono, in vibrazione, e che porta le mie parole. Stiamo attenti a come le porta le parole, perché ci porta anche la parte “warm” delle parole, la parte emozionale.

Rinforzare la parola con il tono è importante, se ad esempio ci rivolgiamo ad un bambino per dirgli bravo, è fondamentale che il tono che accompagna la parola sia concordante con essa. Un bravo dato con sufficienza viene percepito negativamente. Quindi il suono è una delle strutture di modulazione della comunicazione, portatore di quello che io chiamo intraself, cioè di quello che abbiamo dentro.

Tutto questo ha a che fare con l’intelligenza musicale come le parole hanno a che fare con la divina commedia o con Quasimodo, sono indispensabili. Come le strutture della musica riescano a darci modulazione delle emozioni è ancora un mistero. Non sappiamo come dall’oscillazione dell’onda fisica si arrivi alla bellezza perfetta da Mozart a Bach, passando attraverso la nostra musica Rock.

Per questo dobbiamo aprire il nostro modo di guardare e tornare ad utilizzare queste vie che per milioni di anni hanno reso il nostro sistema umano così aperto ad altro rispetto alla semplice prestazione. Se la scuola non coglie questo momento per arricchirsene, e se anche sulla musica il sistema educante diventa un sistema prestazionale, che insegna prestazioni esecutive, commette uno sbaglio. Non dobbiamo permettere che le tecniche diventino il sostituto della bellezza e dell’infinito che è la musica.

Proseguendo il nostro discorso tra le relazioni dei vari domini, parliamo ora delle intelligenze musicale e corporeo-cinestetica. Esse hanno uno stretto legame, tanto da parlare di sincronizzazione armonica del ritmo motorio.

Ci muoviamo a ritmo di musica tanto che John Sloboda afferma che la musica è l’incarnazione del mondo fisico in movimento. Steven Mithen fa risalire questa relazione all’avvento del bipedismo. Negli ultimi anni si sono susseguiti esperimenti per verificare l’esistenza di questa relazione.

Ad esempio Johan Sundberg ha registrato forti somiglianze tra il pattern di decelerazione di una persona a fine corsa e i cambiamenti di ritmo di un brano musicale (musica barocca) che volge al termine; oppure Michael Thaut ha analizzato l’impatto della stimolazione ritmica uditiva (RAS) su pazienti affetti da Parkinson registrando significativi miglioramenti. Ci spiega come funziona questa interazione?

Torniamo a quello che l’organismo sente. Se pensiamo alle culture latine, alle loro musiche e al movimento che immediatamente iniziamo a fluire, capiamo che il nostro organismo ha un’intelligenza di riconoscimento diretto.

Giustamente le scienze oggi ci danno tutte queste evidenze che rassicurano, ma il rapporto tra ritmo, suono e movimento, sembra appartenere ad una di quelle strutture sincrone di cui ho parlato in precedenza e che si coadiuvano.

Ecco perché, a differenza di Gardner, non penso ad una intelligenza plurima, ma ad un flusso dell’intelligere in cui le qualità si coadiuvano, come in un sistema vivente, in cui, come in questo caso, il movimento è altro dal ritmo, ma il ritmo è il modo in cui il cervello facilmente educa il movimento a coordinare funzioni complesse. È importante capire questo anche in educazione.

Faccio un passaggio mio, che approfitta di queste tue domande, per citare un errore che ho commesso rispetto all’educazione. L’errore è stato quello di interpretarla come “educere”, tirare fuori, nel senso di tirare fuori dalla difficoltà. Essendomi occupata a lungo di difficoltà dell’apprendimento, pensavo che l’educazione potesse condurre fuori dalla vulnerabilità. Questa è una interpretazione, ma se andiamo ad ampliarla quando andiamo a parlare di educere, tirar fuori, cosa andiamo a tirar fuori dal discente se lo vogliamo educare? Non lui dalla difficoltà, ma far emergere la sua forza, le sue qualità.

Ecco che allora tutto cambia, quindi educare all’intelligenza musicale, come l’hai chiamata tu, o al riconoscimento del potere educante, che è il mondo dei suoni fino alla musica più alta, vuol dire portar fuori queste qualità dall’intelligere di ogni alunno. Questo fino a tutte le possibili applicazioni, che sia il ritmo del movimento, oppure l’organizzatore dello studio che ti quieta e ti consenta una certa lucidità durante le fatiche, come capita ai nostri studenti più grandi, o che sia la musica che in qualche modo ci mette in contatto con un livello di bellezza, armonia, che ha caratterizzato i talenti di tutti i tempi.

A qualunque livello sia, quello che dobbiamo capire è che la musica è una delle qualità fondanti da educere, da far venire fuori: musica che si ascolta, musica che si produce, musica che si agisce. Agirla è nella danza, nel movimento, nel ritmo, nell’organizzazione o nell’apprendimento di strumenti che la agiscono fino alla perfezione.

Un’ultima domanda. Anche tra intelligenza emotiva e musicale esiste una relazione. La musica ha una forte interazione sulle emozioni. Lo sanno bene i registi che accompagnano scene di paure con musiche acute e a brevi ritmi o scene d’amore con musiche lente e dolci.

Partendo da questo ultimo esempio è importante identificare i 3 elementi che caratterizzano la musica: ritmo, tono e timbro. A seconda della variazione di questi elementi nel nervo acustico si attivano diversi neurotrasmettitori con conseguente attivazione di stati corporei relativi ai diversi stati emotivi. Considerata questa interazione, è possibile utilizzare la musica anche come strumento terapeutico?

Questa è una delle frontiere che da anni sta caratterizzando in un certo senso le speranze, cioè la musica come terapia, come cura. La mia interpretazione, partendo dalle evidenze che tu hai citato sulle caratteristiche che vanno a stimolare strutture neurofisiologiche potentissime, è che stiamo parlando non di un fattore superficiale della psiche, ma di un fattore strutturale dell’essere umano.

Nel momento in cui è così utile ad un regista muovere l’amore attraverso la musica, la paura attraverso la musica, che cosa stiamo capendo dal buon senso educante? Che queste musiche sono un linguaggio universale, archetipo, che ci danno in un certo senso una lingua che riconosciamo tutti (cultura, intercultura e intracultura). Rispetto a tutto ciò, la mia è una posizione esplicita, invece che musicoterapia come cura della malattia, perché non pensiamo all’ “I care” di don Milani, cioè “mi stai a cuore”, e consideriamo la musica un modo in cui dare questo messaggio ai nostri figli, e darlo nell’attenzione educativa, nella gestione della difficoltà: tu mi stai a cuore.

Sono interessata alla musicoterapia ma più nell’accezione “I care” che non nel trasformarla in una ricetta per la patologia. Starei più nel potere educante e maturazionale, soprattutto non abbandonerei i nostri figli, nella loro crescita, alle loro musiche come se non fossero cosa nostra. Noi dobbiamo, in qualche modo, essere più umili anche nel cambio di gusto che i nostri ragazzi ci stanno manifestando, perché lì è nascosta la loro rabbia, la loro solitudine, la loro richiesta. Venire fuori dal loro tempo portando il nostro tempo di musica è una situazione che conosciamo già. Musicoterapia o educazione alla musica, attraverso la musica e con la musica, amerei questa prospettiva.

Tuttavia devo dirti, da persona che studia, che le evidenze sul potere della musicoterapia sono sempre più convincenti. Ultimamente ci sono studi addirittura sugli effetti che hanno vibrazioni ancestrali, come nei suoni emessi ad esempio dalle campane tibetane o le vibrazioni delle meditazioni profonde, i suoni che le culture orientali ci propongono per la meditazione, che sembrano avere quel determinato tipo di frequenza oscillatoria tale da attivare nel nostro sistema neurofisiologico le risposte che determinano questa centratura.

Riassumendo, le evidenze ci dicono che sono potenti, la musicoterapia ci dice che aiuta moltissimo, forse è il tempo di una “musicoeducazione”, passatemi il termine, di educere fuori le qualità di questo potere che la mente ha di produrre e portare dentro di sé, che è più di comprendere questo mistero che arriva dal suono del battito cardiaco, nel pulsare materno del ventre, fino al totalmente altro delle musiche che siamo riusciti ad ereditare da tanta bellezza della storia dell’uomo.

Una battuta finale. A scuola si insegna la musica, anche se viene percepita come una materia secondaria. Alla luce di quanto ci siamo detti in questa intervista, sarebbe il caso di ripensare l’insegnamento della musica a scuola?

Credo che sia il tempo di rifondarla completamente l’educazione che sta dentro la scuola. E dovremmo rifondarla cominciando da quella che, a modo mio, ho chiamato scienza servizievole. Leggiamo quello che ci dice la scienza, come quello che ci siamo detti noi adesso, portiamolo dentro l’educere e dentro un’idea di istruzione che non è una prestazione passiva, non è soltanto una pratica di eccellenza esecutiva, ma di un mistero, chiamiamolo così, con cui il nostro sistema psichico, attraverso una oscillazione, genera infiniti saperi e sentire.

Lo stiamo facendo con i bimbi e con le madri, scrivendo canzoni che servono nel primissimo tempo della vita per determinare educazione emotiva, comportamentale, all’autoregolazione. Lo stiamo facendo attraverso musiche e parole, proprio perché arrivino ai piccoli attraverso le madri, gli educatori e attraverso la stessa scuola. Questo però non basta se noi continuiamo ad agire per piccoli tasselli di assestamento, è il tempo di mettere un punto, di riscrivere il tempo della scuola tutti insieme.