Gigi Proietti, oggi il primo anniversario della sua scomparsa

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Gigi Proietti
Gigi Proietti

Gigi ProiettiGigi ProiettiIl 2 novembre 2020, proprio nel giorno del suo ottantesimo compleanno, Gigi Proietti ci ha lasciato per calcare il palcoscenico dell’aldilà. Proietti, nato e cresciuto a Roma, è stato un attore e regista poliedrico che personificava l’umorismo sardonico, un genio della comicità, era anche un fiero e appassionato tifoso della Roma.

“Sono un tifoso della Roma perché sono romano – i due vanno insieme”, ha detto, in un’intervista nel 1977.

Per il suo ineguagliabile talento, il suo umorismo, le sue spiccate doti di narratore, Proietti è considerato uno dei massimi esponenti della storia del teatro italiano e resterà eternamente impresso nel cuore degli italiani.

Gigi Proietti sapeva anche suonare diversi strumenti musicali, fra cui un contrabasso con cui si era esibito in diversi locali romani. Con la sua scomparsa, Proietti lascia un vuoto incolmabile nel panorama artistico italiano.

Proietti era stato ricoverato in ospedale pochi giorni prima della sua morte per problemi cardiaci, per poi essere dimesso e ricoverato di nuovo d’urgenza in terapia intensiva in gravi condizioni, secondo quanto riferito, per insufficienza cardiaca.

A me gli occhi please, scritto da Roberto Lerici è stato il suo spettacolo d’eccellenza, fu proposto da Gigi Proietti al Teatro Tenda di piazza Mancini a Roma Stabile dell’Aquila e in Fatti e Fattacci, programma Rai del 1975, per poi approdare in tante altre location, una delle più prestigiose, a Trieste, fu il Politeama Rossetti di Trieste, dove scelse di omaggiare il Teatro per la nuova inaugurazione dello stabile, appena ristrutturato.

I suoi tecnici lo ricordano con molto affetto.

Ha presentato numerosi programmi televisivi in ​​Italia ed è ricordato nel mondo del cinema per aver interpretato il personaggio Mandrake nel film cult del 1976 Febbre da cavallo.

Negli anni ’90 ha ottenuto un grande successo con la serie televisiva Il maresciallo Rocca, in cui ha interpretato il ruolo di protagonista, con l’episodio finale che ha attirato quasi 16 milioni di telespettatori.

Alcune frasi di Gigi Proietti:

Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso.

Anche voi, non prendete fischi per fiaschi, solo questo è un fischio maschio senza raschio!

Bisogna ricordarsi che il teatro non è la tv. In tv ogni settimana devi dire cose diverse perché il pubblico è lo stesso. In teatro ogni sera il pubblico cambia ed è il testo a rimanere lo stesso. Sennò pure Petrolini avrebbe dovuto smettere di fare Gastone.

Dalla crisi non si esce con l’odio, la rabbia: quelle sono solo le conseguenze. La soluzione, invece, è l’amore, e il far tornare di moda le personeperbene.

E’ molto importante seguire i ragazzi per sapere cosa pensano e soprattutto se veramente pensano a qualcosa.

Caligola è nome da omo, Caligola, come Agrippina. A ‘gnorante!

La comicità è una questione complessa, non basta mettere in scena una cosetta simpatica per guadagnarsi gli applausi.

La televisione è un apparecchio che ha trasformato la cerchia familiare in un semicerchio.

Ma allora Roma è sintesi de che? A coso… Roma è sintesi de tutto.

Ma bisogna ricordarsi che il teatro non è la tv. In tv ogni settimana devi dire cose diverse perché il pubblico è lo stesso. In teatro ogni sera il pubblico cambia ed è il testo a rimanere lo stesso. Sennò pure Petrolini avrebbe dovuto smettere di fare Gastone.

Mi diverto e mi pagano pure. È una pacchia.

Nella totale perdita di valori della gente, il teatro è un buon pozzo dove attingere.

Non sono stati i mass media a far resuscitare il mito Battisti. Ma il suo mito a far risuscitare i mass media.

Potrei esserti amico in un minuto, ma se nun sai ride mi allontano. Chi non sa ride, mi insospettisce.

Ricordare è un mestiere rischioso, perché ha bisogno di stimoli forti.

Ringraziamo Iddio, noi attori, che abbiamo il privilegio di poter continuare i nostri giochi d’infanzia fino alla morte, che nel teatro si replica tutte le sere.

Signor Conte io non scherzo. Non scherzo mai.. Io gioco. Sì, er gioco è una cosa serissima. Perché chi scherza lo fa pe divertisse, ma chi gioca punta, s’illude, s’inventa un lieto fine.. Che non arriva mai.

Teatro popolare è uno slogan vuoto che ha senso solo se lo spazio diventa davvero popolare, se la gente avverte che stai lavorando in una certa direzione e non, pardon, per farti le pippe.

Vivi, lascia vivere ma soprattutto… nun te fa pijà per culo.

Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso.

A Manzotì, io anderò al Polo Nord, ma tu devi annà a fanculo!

Raccontare la propria vita non è cosa da tutti. Certo, chiunque può ricordare gli episodi, cercare di storicizzare, fare riflessioni su come passa il tempo e come cambiano le cose. Ma l’odore della povertà misto a quello del sugo della domenica, i richiami delle mamme ai figli discoli che non tornano per cena, l’allegria irrecuperabile del mercato, le chiacchiere sui marciapiedi… E poi i «faccio un goccio d’acqua» sui muri ancora freschi di calce, la partita a tressette, la vita in strada, le donne ai davanzali, i discorsi dei disoccupati… Tutto questo, come puoi farlo rivivere in chi legge se non c’era?

Sa perché noi italiani abbiamo spesso tollerato la burocrazia e i suoi misfatti? […] Perché la burocrazia era la mamma, il ventre molle e accogliente nel quale sparire e riemergere il 27 di ogni mese. Tra coloro che ce l’avevano fatta c’era la granitica convinzione che ogni cosa che accadesse fuori non li riguardava.

Un giorno mio padre mi disse che mi aveva cercato un «certo Emilio Cigoli», il più grande doppiatore italiano. Doppiava le più famose star di Hollywood: tanto per capirci, era la voce di John Wayne. Lo chiamai da una cabina telefonica. Ricordo che ero a Ostia per uno spettacolo nelle scuole e alla telefonata assisté Annabella Cerliani, incuriosita come me: «Che vorrà Cigoli?». Quando lui rispose, sentii John Wayne con la sua voce calda, profonda e suadente. Stavo per rispondergli: «Ciao, John. Dove l’hai messo il cavallo?», ma mi trattenni. Non riuscivo a nascondere l’emozione. Intanto, dietro il vetro, Annabella doveva aver notato il mio disagio e cominciò a ridacchiare. Mi feci coraggio e cominciai a parlare con un tono di voce ancora più grave di quello di Cigoli. «Buongiorno signor Cigoli, desideravo proprio parlarle.» Lui si sentì sfidato, quindi abbassò ulteriormente il suo tono: «Mi dica, prego». Io, allora,scesi ancora di un’ottava e lui fece lo stesso. La telefonata finì praticamente a rutti.
Forse non è stato neppure come lo ricordi tu, perché nel ricordo hai enfatizzato qualcosa, e qualcos’altro hai rimosso.

Non è riuscita a capire che è diventata una metropoli, non ce la fa proprio. Basta andare un giorno in una qualsiasi grande città europea per accorgersene. Anche se non potrei vivere un sampietrino più in là, io Roma non la riconosco più. È diventata brutta, scomposta, estranea a se stessa. Non è più un’unità, ma è una somma di almeno sette città con anime diverse. Periferie che non si conoscono l’una con l’altra.

Per anni sono stato un ospite abituale di Taormina, soprattutto al Teatro Greco. Ultimamente mi muovo meno da Roma, ma quando facevo le tournée vere e proprie, la Sicilia era una tappa immancabile. È un’isola fantastica, è banale dirlo, ma è il primo pensiero che mi viene in mente. Insieme all’estrema varietà di cibi e di vino che sa offrire.

Un’autobiografia? Io? Tutt’al più quattro chiacchiere sul passato, sperando che a qualcuno interessi. Riordinare l’album dei ricordi è un lavoraccio infame. Ci si dimentica sempre di qualcuno, si tende a idealizzare ogni momento della propria gioventù e si finisce per raccontare una sfilza di aneddoti nei quali ci assegniamo la parte del protagonista che salva la situazione. Alla fine, più che un libro, viene fuori una lista di belle figure. No, un’autobiografia proprio no. Senza contare che tornare sui luoghi della propria infanzia può essere doloroso. E io l’ho sperimentato anni fa.

Il lavoro, però, lo ottenni e cominciai a collaborare stabilmente con quel «certo Emilio Cigoli». Era un vero signore, sempre molto professionale e impeccabile. Grazie a lui il lavoro di doppiatore divenne per me, a più riprese, un’ancora di salvezza. 

Chi è nato a Roma a cui piace il calcio, che sia un interesse passeggero o una passione ardente, non può fare a meno di tifare Roma. Ce l’ha nel sangue: un romano deve essere giallorosso.

Vorrei essere da una parte del Tevere, dentro il Teatro Tenda, e lo Stadio Olimpico dall’altra”, ha ricordato una volta.

Tra di noi c’era il ponte Duca D’Aosta, che i tifosi attraversavano la mattina per raggiungere lo stadio e poi tornarci la sera.

Al fischio d’inizio sarei già a teatro, ma il vento mi portava i suoni della partita: non ho visto le partite, ma le ho sentite.